Il titolo è “Bothanica”, ma la visione immaginifica e visionaria di Moses Pendleton, fondatore dei leggendari Momix, nel suo ultimo spettacolo, in cartellone al Teatro Romano di Verona fino all’8 agosto nell’ambito dell’Estate Teatrale Veronese, va ben oltre l’ambito puramente floreale.
E’ una visione, la sua, cosmogonica, che dalla vita sul nostro pianeta in ogni sua forma, passata e presente, rimanda a orizzonti altri. L’evoluzione biologica, dalle prime aggregazioni di cellule nate dall’acqua, scaturigine di vita, che il vento fa volare e porta via, all’uomo, ingloba le tappe intermedie del mondo minerale, vegetale e animale. Compresi mostruosi esseri scomparsi per sempre o irreali creature del mito, dove umano e non umano si fondono, a ribadire un “contunuum” vitale metamorfico e onnipresente. Dal mostro può nascere la creatura più seducente e gentile della natura, la donna, dal sasso fuoriesce il suo compagno, in una versione assolutamente laica della creazione. Il fiore si può trasformare in uccello, il ventaglio in fiore. E così via, senza limiti alla fantasia creativa più sfrenata. Il tutto, aperto e concluso, in emblematica circolarità come un uroburo, con la simbologia della rosa - quella carnalmente rossa e quella misticamente bianca - proiettata in spazi infiniti, dei quali solo il mistero sembra essere il limite. Certamente non la extraterrestralità.
Lo spettacolo si articola in due parti, giocate sul metaforico significato di Winter Spring (lo slancio di vita insito nella stasi invernale) e Summer Fall (il destino di disfacimento che cova nel rigoglio della natura), in un eterno divenire di morte e rinascita che si traduce in una sequenza di quadri surreali, stupefacenti per effetti ottici, cromatici e formali (non mancano i rimandi a grandi nomi della fotografia, della scultura e della pittura) di forte sensualità ed eleganza. Una maggiore stringatezza sintattica, depurata da ogni iterazone, avrebbe, peraltro, conferito più incisività al ritmo. Spesso i quadri sono spiegati, alla maniera concettuale ma anche di Shakespeare, da parole scritte; nella fattispecie, proiettate. La prima parte privilegia forme corporee pure, la seconda afferisce piuttosto all’archetipico filone di danza con gli oggetti (ventagli, gabbie, alberi, ecc.). All’insegna sempre - protagonisti dieci splendidi danzatori, tra cui gli italiani Simona Di Tucci e Donatello Iacobellis - di uno straordinario tecnicismo atletico e modi tipici della danza americana contemporanea, in simbiotico dialogo con le musiche di oltre trenta autori di diversa ispirazione e stile. Le scene, quando rinunciano allo sfondo nero, si avvalgono di proiezioni; mentre i costumi, quando non è protagonista la primigenia biologica nudità, sfumano in un anonimato esaltante la asettica stilizzata fisicità dei corpi, che si fanno puro strumento dell’invenzione formale.
di Franca Barbuggiani
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