Direttore Beppe Giuliano
Settimanale di Verona
Amianto compassionevole - Luca Sacchi, il papà Alfonso a Nastia: eri una figlia, gli hai scavato la fossa - Cina, il coronavirus uccide un medico: 41 vittime, chiusi i negozi di selvaggina - Riscatto della laurea a basso costo anche con più di 45 anni: pensione più vicina con l’agevolazione - RepTv - Il doppio referendum - Cina, la febbre nel cuore - TikTok e il lupo cattivo: perché il Garante privacy ha lanciato l’allarme sul social degli adolescenti -
Euler Hermes


homepage : articolo
I Vivarini, lo splendore della pittura tra Gotico e Rinascimento
di Redazione Web (del 01/04/2016 @ 19:47:01, Sezione Arte)
Dopo il successo delle precedenti mostre – “Un Cinquecento inquieto” e “Carpaccio, Vittore e Benedetto, da Venezia all’Istria” – si completa, a Palazzo Sarcinelli di Conegliano, il ciclo sull’arte veneziana del Quattrocento, realizzato su progetto di Giandomenico Romanelli e promosso dalla Città di Conegliano e da Civita Tre Venezie, con la partecipazione della Regione Veneto e con il patrocinio della Provincia di Treviso. Fino al 5 giugno, è quindi la volta de “I Vivarini, lo splendore della pittura tra Gotico e Rinascimento”, prima esposizione in assoluto (alla quale hanno collaborato anche Clara Gelao, Franca Lugato e Giovanni Valagussa) dedicata alla famiglia di pittori muranesi – Antonio, il fratello minore Bartolomeo, e il figlio del primo, Alvise – che all’epoca contesero il primato alla coeva bottega dei Bellini. Dei Vivarini, artisti ancora tutti da studiare (l’ultima monografia, opera di Rodolfo Pallucchini, risale al 1962) è stato riunito per la prima volta ed esposto al pubblico un nucleo di opere fortemente rappresentative della loro produzione, che lascia testimonianze su entrambe le rive dell’Adriatico – dall’Istria alla Dalmazia, dalle Marche alla Puglia – e, verso il confine occidentale, specialmente nel Bergamasco, per un arco di tempo compreso tra il 1440 e il 1503. Sono pale, polittici, tavole per privata devozione, che segnano il passaggio tra “antico” e “moderno”, quando natura e atmosfera si sostituirono ai preziosi fondi d’oro e la prospettiva incominciò ad affermarsi; testimoniando, inoltre, le peculiarità di ciascun artista – particolarmente interessante il giovane Alvise - e suscitando non pochi stimoli di approfondimento. L’impaginazione, chiara e lineare, corredata di schede illustrative, si apre con un compendio geo-culturale del contesto in cui i Vivarini si trovarono a operare, suggerendo inoltre al visitatore un itinerario di siti limitrofi dove vedere ulteriori testimonianze degli stessi Vivarini, inamovibili dalle rispettive sedi originarie, e di altri importanti pittori veneti. Antonio, capostipite della bottega, nato a Murano prima del 1420 da un maestro vetraio, impressiona con l’imponente “Polittico di Parenzo” (1440) e la raffinata “Madonna con il Bambino” delle Gallerie dell’Accademia di Venezia, per il morbido plasticismo delle figure che si stagliano sul prezioso fondo d’oro, retaggio tardogotico di una spazialità sospesa e irreale. A contrasto, “L’uomo dei dolori”, della Pinacoteca Nazionale di Bologna, propone un Cristo risorgente dal sepolcro, corposo e vitale, sullo sfondo di un arioso paesaggio. L’attività di Antonio, tra tradizione e innovazione, prosegue per un decennio affiancata, fino al 1450, dall’aiuto del cognato Giovanni d’Alemagna. Con Giovanni, Antonio sposterà per un triennio, a partire dal 1447, la bottega a Padova, dove le suggestioni umanistiche di Donatello e quelle più specificatamente antiquarie di Andrea Mantegna daranno i loro frutti; mentre la visione dei cassoni da camera dei pittori toscani in transito per la terra veneta affiora nelle affascinanti tavolette delle “Storie di Santa Apollonia”, ormai definitivamente attribuite al solo Giovanni. Accurate come miniature, le “Storie” sono collocate all’interno di classicheggianti spazi architettonici, di sapore ad un tempo veneziano e levantino, mentre la cura per gli abiti, dai colori vivaci e spesso evocanti fogge orientali, sposano l’eleganza gotica alle esigenze della prospettiva. Il fratello minore Bartolomeo, aiuto di Antonio dopo la morte di Giovanni d’Alemagna (1450), segue dapprima gli standard della bottega di famiglia, contribuendo a sviluppare il tipico gusto per le caratterizzazioni fisiognomiche. Soltanto a partire dagli anni ’60 troverà una propria emancipazione, nella quale soprattutto la lezione mantegnesca avrà originale e coloristica elaborazione. Le figure si fanno corpose, i contesti petrosi, i colori - tra i quali spiccano i rossi, i verdi e gli azzurri - sono duri e vetrosi, insistentemente delimitati da linee continue e angolose. Significativi la “Madonna con il Bambino” del Museo Correr, degli anni ’60, e il “Polittico di Sant’Agostino”, del decennio successivo, della chiesa veneziana dei Santi Giovanni e Paolo. Ma già nel 1465, Bartolomeo firmava uno dei suoi capolavori più innovativi, ora a Capodimonte, la “Madonna in trono con il Bambino e Santi”. Con i suoi personaggi non più isolati nei diversi scomparti, anticipa la concezione spaziale unitaria del suo massimo capolavoro, la “Pala di San Nicola” (1476) della omonima basilica di Bari. Maria e il Bambino in trono, circondati da Santi, si trovano al centro di uno spazio delimitato da mura merlate, unitario e “circolante” secondo la tipologia inaugurata da Andrea Mantegna nella pala collocata in San Zeno a Verona nel 1459. L’opera, interessante anche quale esempio di altissima qualità di “hortus conclusus”, presenta inoltre una straordinaria valenza teatrale nel gioco intercomunicante tra i vari livelli strutturali. Tra quello interno e quello esterno, ottenuto attraverso il piede destro di San Giacomo che fuoriesce dal piano di posa, mentre la quinta scenografica, costituita dalle mura turrite, è “invasa” dalla vegetazione esterna; dalla lunetta sovrastante, tre Sacri Personaggi si sporgono, come dal balcone di una finestra; mentre il telo alle spalle della Madonna, retto da un filo a mo’ di siparietto, crea un ulteriore spazio tra sé e le retrostanti mura, misterioso e un po’ inquietante perché celato. Mentre Bartolomeo si manterrà a lungo fedele alla propria cifra linguistica, non disdegnando peraltro ritorni, se pur molto aggiornati, al fondo d’oro, come nel “Polittico di Scanzo”, del 1488, e nel “Polittico di Torre Boldone”, del 1491, sensibile, invece, alla lezione spaziale e luministica di Giovanni Bellini e di Antonello da Messina (in transito a Venezia nel ’75-76) sarà il giovane nipote Alvise, nato in una data compresa tra il 1442 e il 1453. La mostra ne ripercorre tutti i vari modi espressivi. Dalla reinterpretazione della lezione belliniana, sviluppata con gusto visionario e “verista”, di ascendenza miniaturistica e fiamminga, al recupero del predominio della linea, secondo i canoni di famiglia; dall’impostazione geometrica e volumetrica di Mantegna e Antonello, fino al classicismo levigato e solare mutuato da Pietro Perugino, attivo a Venezia negli anni ’90. Tutti stimoli che la sua originale creatività porterà spesso ad esiti straordinari. A dir poco sorprendente è l’atletico e apollineo “Cristo risorto” della Bragora (1497-98) accampantesi con un moto di torsione nello spazio. Non meno rivoluzionaria è la “Sacra conversazione” di Amiens (1500): composizione circolare e paesaggio irreale, mentre il Bambino, con dinamica postura, convoglia il dialogo tra i vari personaggi verso quello che sembra avere il ruolo dominante. Così troviamo tra i primissimi e rari esempi iconografici del genere, il “Cristo portacroce” a figura intera della basilica veneziana dei Santi Giovanni e Paolo, risalente alla metà degli anni ’70. Plastico e patetico nella forte scrittura su un duro sfondo di natura sconvolta, evoca atmosfere espressioniste, come l’“Imago pietatis” (anni ’80) della Chiesa di Santa Maria della Pietà, dove gli angeli sono un’aggiunta più tarda. A contrasto, Sant’Antonio da Padova (1480-81) dei Musei Civici di Venezia colpisce per la ascetica ed eterea, quasi evanescente, spiritualità, come le dolcissime Madonne, spesso destinate alla devozione privata, affascinano per la loro profonda tenerezza. Di una vivacità psicologica quasi ammiccante, il “Cristo bnedicente” di Brera (1498). Accompagna la mostra il bel catalogo edito da Marsilio, curato da Giandomenico Romanelli e Franca Lugato, con saggi di Clara Gelao, Giovanni Valagussa e Carlo Cavalli, oltre che dello stesso Romanelli. Si completa con l’elenco delle opere esposte e una ricca bibliografia.
(Franca Barbuggiani)
Articolo articolo  Storico storico Stampa stampa
 
Nessun commento trovato.

Anti-Spam: digita i numeri CAPTCHA
Testo (max 1000 caratteri)
Nome
email


Disclaimer
L'indirizzo IP del mittente viene registrato, in ogni caso si raccomanda la buona educazione.


^ Torna su ^

Cerca tra le notizie
 
gsk
Pillole
top
left euposia right
bottom
Titolo
Archiviati per sezione:
Agricoltura (143)
Ambiente (767)
Appuntamenti (70)
Arte (219)
Attualità (870)
Boomerang (2)
Bulldog (30)
Costume (2)
Cronaca (1469)
Cultura (210)
Economia (1040)
Happy hour (122)
Inchiesta (15)
Musica (3)
Pecora Nera (15)
Politica (523)
Pungitopo (1)
Quattro chiacchiere (8)
Redazione (2)
Salute (34)
Sanità (991)
Scuola (222)
Sogno o son destro? (110)
solidarietà (376)
Sparagli Piero (42)
Spettacoli (872)
Spin Doctor (63)
sport (156)
Tempo libero (106)

Archiviati per mese:
Novembre 2019
Ottobre 2019
Agosto 2019
Marzo 2019
Novembre 2018
Ottobre 2018
Settembre 2018
Agosto 2018
Luglio 2018
Giugno 2018
Maggio 2018
Aprile 2018
Marzo 2018
Febbraio 2018
Gennaio 2018
Dicembre 2017
Novembre 2017
Ottobre 2017
Settembre 2017
Agosto 2017
Luglio 2017
Giugno 2017
Maggio 2017
Aprile 2017
Marzo 2017
Febbraio 2017
Gennaio 2017
Dicembre 2016
Novembre 2016
Ottobre 2016
Settembre 2016
Agosto 2016
Luglio 2016
Giugno 2016
Maggio 2016
Aprile 2016
Marzo 2016
Febbraio 2016
Gennaio 2016
Dicembre 2015
Novembre 2015
Ottobre 2015
Settembre 2015
Agosto 2015
Luglio 2015
Giugno 2015
Maggio 2015
Aprile 2015
Marzo 2015
Febbraio 2015
Gennaio 2015
Dicembre 2014
Novembre 2014
Ottobre 2014
Settembre 2014
Agosto 2014
Luglio 2014
Giugno 2014
Maggio 2014
Aprile 2014
Marzo 2014
Febbraio 2014
Gennaio 2014
Dicembre 2013
Novembre 2013
Ottobre 2013
Settembre 2013
Agosto 2013
Luglio 2013
Giugno 2013
Maggio 2013
Aprile 2013
Marzo 2013
Febbraio 2013
Gennaio 2013
Dicembre 2012
Novembre 2012
Ottobre 2012
Settembre 2012
Agosto 2012
Luglio 2012
Giugno 2012
Maggio 2012
Aprile 2012
Marzo 2012
Febbraio 2012
Gennaio 2012
Dicembre 2011
Novembre 2011
Ottobre 2011
Settembre 2011
Agosto 2011
Luglio 2011
Giugno 2011
Maggio 2011
Aprile 2011
Marzo 2011
Febbraio 2011
Gennaio 2011
Dicembre 2010
Novembre 2010
Ottobre 2010
Settembre 2010
Agosto 2010
Luglio 2010
Giugno 2010
Maggio 2010
Aprile 2010
Marzo 2010
Febbraio 2010
Gennaio 2010
Dicembre 2009
Novembre 2009
Ottobre 2009
Settembre 2009
Agosto 2009
Luglio 2009
Giugno 2009
Maggio 2009
Aprile 2009
Marzo 2009
Febbraio 2009
Gennaio 2009
Dicembre 2008
Novembre 2008
Ottobre 2008
Settembre 2008
Agosto 2008
Luglio 2008
Giugno 2008
Maggio 2008
Aprile 2008
Marzo 2008
Febbraio 2008
Gennaio 2008
Dicembre 2007
Novembre 2007
Ottobre 2007
Settembre 2007
Agosto 2007
Luglio 2007
Giugno 2007
Maggio 2007
Aprile 2007
Marzo 2007
Febbraio 2007
Gennaio 2007
Dicembre 2006
Novembre 2006
Ottobre 2006
Settembre 2006
Agosto 2006
Luglio 2006
Giugno 2006
Maggio 2006
Aprile 2006
Marzo 2006
Febbraio 2006
Gennaio 2006

L'Adige - Archivio numeri arretrati
top
left pillole right
bottom
Titolo  
L'ADIGE di Verona

Autorizz.Tribunale C.P. di Verona
nr. 1356 del 16/3/99
Iscrizione al Registro Nazionale della
Stampa n. 8857 del 15/12/2000

CONTESTO EDITORE scarl
Palazzo Ravignani - Via Frattini, 3
37121 Verona

Presidente e Direttore Responsabile:
Beppe Giuliano
Caporedattore:
Nicoletta Fattori

Redazione e Pubblicità:
Via Frattini, 3 - 37121 Verona
Tel. 045 8002685
Fax 045 596242
Per l’invio di comunicati stampa:
desk@giornaleadige.it

 

Feed XML RSS 0.91
Feed XML Atom 0.3

Valid XHTML 1.0 / CSS top