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Sofisticato Nabucco
di Redazione Web (del 21/08/2017 @ 10:19:06, Sezione Spettacoli)
Proseguono fino al 26 agosto le rappresentazioni di un “Nabucco” tutto nuovo, postmoderno e risorgimentale, prodotto da Fondazione Arena per la regia di Arnaud Bernard. In un sofisticato gioco meta teatrale, dalla doppia e simmetrica trasposizione spazio-temporale – antistorica e antinaturalistica sì, ma sorretta da un’interna logica di memorie condivisibili tra popoli lontani e diversi, eppur affratellati dallo stesso soffrire -- l’azione del libretto di Temistocle Solera si sposta a Milano, intorno al Teatro alla Scala, nel clima insurrezionale delle Cinque Giornate. I “cattivi” sono i soldati asburgici e il Nabucco di turno ricorda tanto l’imperatore “Cecco Beppe” (ma il gioco delle trasposizioni potrebbe continuare, con il profeta Zaccaria/rivoluzionario barricadiero, Abigaille/passionaria in divisa, e così via). All’interno di una sorta di aristocratico salotto-studio, si intrecciano le trame del potere, mentre sul palcoscenico vero e proprio del teatro si accoccolano esuli ebrei e si erge il tempio di Baal e in platea e nei palchi si fronteggiano, a suon di volantini e di invettive, patrioti e ufficiali occupanti, rievocando i fermenti e il travaglio di un’epoca in cui l’opera verdiana vide la luce. Non male l’idea della trasposizione, anche se tali sincronismi narrativi e temporali finiscono per ingenerare nello spettatore difficoltà a seguire lo svolgimento dell’azione, duplicata e, ad un tempo, spaccata in due, nonostante la regia, abile nel controllare le affollate scene, si sforzi di mantenere chiarezza. Pure i costumi, a firma dello stesso regista, sontuosamente ottocenteschi e genericamente ispirati a quelli dell’antico Israele, contribuiscono ulteriormente a disorientare il pubblico. L’allestimento, tra l’austero e lo spettacolare, è scenicamente caratterizzato dalla struttura di Alessandro Camera. Sostanzialmente un grande cubo rotante, riproducente alla perfezione l’esterno dello storico teatro milanese, con al suo interno i diversi luoghi deputati. Piazzato in diagonale al centro del palco, crea una dicotomia spaziale e dinamica tra le masse e una palese diffrazione nell’acustica. Il clima torrido e afoso della prima serata ha messo a dura prova la resistenza e l’affezione di artisti e pubblico, facendo registrare, in quest’ultimo, scusabili allontanamenti prima della fine dello spettacolo e, tra gli artisti, soprattutto tra i cantanti, evidenti limiti nei livelli qualitativi delle prestazioni; limiti che sono andati, almeno in parte, scemando con il prosieguo dello spettacolo e la -- sia pur modesta -- graduale diminuzione della temperatura. Pilastro portante ed eccellenza della serata è stata la direzione e concertazione dell’israeliano Daniel Oren. In particolare stato di grazia e galvanizzando al top l’orchestra, ha esaltato con plastico cesello la partitura verdiana, ben valorizzata nelle sue peculiarità, compresi gli spunti anticipatori di capolavori futuri. Con lui, l’ottimo coro preparato da Vito Lombardi, omogeneo e partecipe. Modesta, invece, la prestazione dei principali interpreti. George Gagnidze, nel ruolo del titolo, resta sostanzialmente estraneo alla vocalità verdiana, nonostante un parziale riscatto nel finale. Tatiana Melnychenko, voce potente ma tecnicamente poco curata, non convince quale Abigaille, resa con discontinuità anche interpretativa. Stanislav Trofimov, nei panni di Zaccaria, è vocalmente a proprio agio nel registro centrale, meno in quelli acuto e grave. Bene, invece, la Fenena di Carmen Topciu e l’Ismaele di Walter Fraccaro, incisivi nei rispettivi personaggi e appropriati nel canto. Bene anche Romano Dal Zovo (Gran Sacerdote di Belo), Paolo Antognetti (Abdallo), Madina Karbeli (Anna). Successo di pubblico per tutti, in particolare per lo straordinario Oren. Repliche fino al 26 agosto (Franca Barbuggiani)

 

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