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Il futuro della Fiera va in scena il 10 aprile
di Matteo Cavejari (del 11/02/2006 @ 09:10:00, Sezione Inchiesta)

Su un punto sono tutti d'accordo: la Fiera ha bisogno di nuovi strumenti gestionali e finanziari per essere competitiva. Ma quando si parla del "come", è subito bagarre. Così mentre in questi giorni si celebrano i fasti di Fieragricola,
tra gli addetti ai lavori tengono banco le tensioni sul futuro. Con il rischio concreto per Verona di patire l'ennesima inutile paralisi. Com'è noto sul piatto c'è la proposta di scindere la Fiera in due società, una per la gestione delle attività e una per il patrimonio immobiliare. Con il Comune che manterrebbe la maggioranza assoluta nella seconda, cedendo quote ai privati nella prima. «Qualunque strada si scelga, è fondamentale che ci sia una convergenza di tutti i soci», dice il presidente di Veronafiere Luigi Castelletti. Ma al momento l'appello rischia seriamente di cadere nel vuoto. E i motivi sono prettamente politici. Ce ne sono almeno due. Per prima cosa l'attuale cda vede ormai vicina la scadenza e quindi non ha l'autorevolezza necessaria per imporre una  trasformazione così importante nell'ente. Non solo, ma in vista ci sono le elezioni politiche e non è difficile prevedere che i soci aspetteranno gli esiti del voto per vedere come muoversi in vista del nuovo cda. Fermo restando che il Comune non sembra davvero intenzionato a confermare Castelletti, a lungo in predicato di candidarsi a fare il sindaco per il centro destra. Il secondo problema riguarda la privatizzazione.
I soci privati, da Banco Popolare a Fondazione Cariverona, spingono per un'ampia apertura
ai privati nella gestione operativa (non a caso la proposta viene dall'adviser Banca Aletti, che fa capo al Banco Popolare). La maggioranza in Comune è d'accordo (timidamente), anche perché vuole ridurre la sua quota del 54%. Chi non è d'accordo è il centro destra.
«Negli ultimi anni dal governo sono arrivati svariati milioni di euro - dice Massimo Mariotti di An - non mi sembra corretto che adesso finiscano in gestione completa ai privati. Più giusto sarebbe che le quote del Comune passassero a Regione e Provincia.
La stessa cosa andrebbe fatta per altri enti partecipati come Verona Mercato». Tombola! Come dire a Ds e Margherita di consegnare la Fiera chiavi in mano agli avversari. La classica coperta corta, insomma. E dato che la trasformazione della Fiera dovrà passare per l'approvazione di Palazzo Barbieri, la battaglia politica si annuncia durissima. Tempi biblici? Il presidente Castelletti allontana i fantasmi. «La privatizzazione sarà l'ultima fase di tutto il procedimento. Ci sarà tempo di discuterne e trovare le vie migliori. Intanto quel che preme è l'approntamento di nuove leve finanziarie». Leve finanziarie che si rendono indispensabili perché il Piano di investimenti del prossimo triennio prevede esborsi per 130 milioni, necessari per dare respiro internazionale a una Fiera che si sente stretta tra la concorrenza di Milano e il congestionamento delle aree espositive nella sua attuale collocazione.
Non a caso tra gli obiettivi a breve termine c'è quello di aumentare la superficie espositiva da 100 mila a 140 mila metri quadrati. E poi? Il vero problema sarà trovare un compromesso tra le esigenze della Fiera e la riqualificazione di Verona Sud, vissuto come una forzatura dai vertici fieristici. In tal senso sono tutti da valutare gli effetti di un'eventuale trasformazione societaria dell'ente. Una bella patata bollente, che si troverà per le mani tra qualche mese il nuovo cda, sia che lo guidi ancora Luigi Castelletti sia, come più probabile, che lo guidi un esponente della Margherita tipo Gianni Dal Moro. Senza dimenticare Michela Sironi, che un pensierino alla Fiera non ha mai smesso di farlo…

L'Adige, 11 Febbraio 2006, pagg. 1 e 3

 

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