Cologna Veneta, sul centro trasfusionale è polemica fra Avis e Ulss 9

(di Stefano Cucco) Al Centro Trasfusionale di Cologna Veneta sono state dimezzate le aperture e i donatori di sangue non ci stanno. E nella Città del Mandorlato monta una veemente protesta perché si teme che sia il preludio ad una chiusura definitiva del servizio. Infatti, nell’ultima conferenza del Dipartimento Interaziendale di Medicina Trasfusionale di Verona è stata decisa, a partire dal mese di gennaio, la riduzione dei giorni di apertura dell’Ambulatorio per la donazione di Cologna Veneta. Da due venerdì al mese, pertanto, si passerà ad uno solo, creando non pochi disagi agli oltre 450 soci iscritti all’Avis Mandamentale colognese, con sede in via Cavour.

“Come un fulmine a ciel sereno”, sottolinea irritato Gian Paolo Rossi, tesoriere della sezione Avis del Colognese, “ci è arrivata inaspettata la comunicazione della riduzione dei giorni di apertura per il prossimo anno del nostro Centro Trasfusionale. Una decisione, che ribadisco, è stata presa presa unilateralmente dal responsabile del Dipartimento Trasfusionale di Verona, alla quale la presidenza provinciale dell’Avis non si è neanche opposta. Con la riduzione ad un solo venerdì al mese dell’apertura di Cologna Veneta”, prosegue Rossi, “i donatori saranno ora costretti a fare riferimento al Centro Trasfusionale di San Bonifacio, aperto tutti i giorni, dal lunedì al sabato.

Ma quali sarebbero le motivazioni di questa chiusura forzata? “Da Verona”, risponde Rossi, “giustificano la decisione sostenendo che l’ospedale “Fracastoro” di San Bonifacio per noi colognesi è comodo. Non considerano invece il fatto che i donatori residenti a Pressana e a Roveredo di Guà potrebbero scegliere di recarsi a Montagnana (Padova), molto più vicina per loro rispetto a San Bonifacio”.

Ma dalla Medicina Trasfusionale dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Verona non ci stanno a queste tesi. “Il sangue”, spiega Giorgio Gandini, direttore dell’Unità Operativa Medicina Trasfusionale dell’Azienda Ospedaliera Universitaria, “non è di Verona, né di Padova, e nemmeno della Regione Veneto. La nostra attenzione è rivolta certamente verso i donatori, ma soprattutto verso gli ammalati che necessitano di sangue. Ciascun donatore sceglie il centro di raccolta in cui risulta più comodo per fare le proprie donazioni. Infatti, sappiamo bene che nelle zone di confine si cambia spesso provincia per la distanza inferiore. Fanno così, ad esempio, i donatori dei Comuni del Mantovano, che risiedono al confine con il Legnaghese. Insomma per Gandini la decisione di lasciare una sola apertura al mese al Centro Trasfusionale di Cologna Veneta “è stata una scelta sofferta ma ponderata”.

Ma non è tutto. Ci sarebbe un’altra motivazione ben più importante alla base della decisione sul dimezzamento delle aperture. Ovvero la carenza cronica di medici. “Per tenere aperto un Centro Trasfusionale”, prosegue Gandini,” servono almeno un medico e un infermiere, ma non ne troviamo. Credo sia sensato non spostare un medico da una sala operatoria dove si sta effettuando un trapianto ad un Centro trasfusionale periferico. Questa è una scelta obbligata”. Poi, dal Dipartimento fanno sapere che delle 950 donazioni effettuate dagli avisini colognesi, ben 700 avvengono già al all’Ospedale “Fracastoro” di San Bonifacio.

All’Avis di Cologna Veneta pensano però che il dimezzamento dell’attività sia il preludio a qualcosa di più grave. “L’Avis”, ribatte Rossi, “ha fatto degli investimenti importanti sul Centro Trasfusionale di Cologna. Nel 2016, infatti, a nostre spese, per migliorare il comfort e la sicurezza dei donatori, avevamo acquistato due nuove poltrone. Non vorremmo che questa riduzione del servizio fosse solo la premessa per uno stop definitivo nel prossimo futuro”. Di tutt’altro avviso, però, è Gandini che rassicura : “Il Centro trasfusionale di Cologna non verrà chiuso. Ne abbiamo discusso a lungo, anche con i responsabili provinciali dell’Avis, e non intendiamo affatto togliere questa possibilità ai donatori del colognese”.

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