Fabio Innocenzi, è tornata l’ora di investire su Verona e il Nordest

«Il momento è unico, da un mese a questa parte, complice il cambio di governo e la nuova credibilità del Paese, registriamo un rinnovato interesse da parte di grandi investitori, soprattutto internazionali, sul Nordest e i grandi programmo infrastrutturali. E’ una grandissima occasione per presentare progetti credibili e per rilanciare la competitività di Verona ». Fabio Innocenzi, oggi amministratore delegato di Finint (che controlla la SAVE, la società di gestione dell’aeroporto di Venezia, Treviso, Charleroi-Brussels ed è il partner industriale dello scalo di Villafranca) è manager di lunghissima esperienza maturata fra Verona, gli USA e l’Europa. Questa mattina, a WakeUp Italia dell’Università di Verona, ha affrontato più di un tema. Con un taglio pragmatico, molto diretto.

Recovery Fund: «La grande differenza fra il debito privato e quello pubblico sta nella possibilità o meno di spalmarli sulle generazioni successive: i figli possono rifiutare i debiti contratti dai familiari; i giovani italiani non potranno esimersi dal pagare i debiti delle generazioni precedenti. Vuol dire che i 30mila€ a testa di cui oggi sono oberati, diventeranno a brevissimo 45mila per effetto del Recovery fund. Un nuovo debito che decidiamo noi, ma che pagheranno loro. Diventa quindi essenziale che questi soldi vengano spesi non per fare giustizia sociale, ci sono altri modi molto meno costosi, ma per creare infrastrutture ed aumentare la produttività del sistema Paese. Soltanto così non sprecheremo i soldi delle nuove generazioni e renderemo sostenibile il nuovo debito. Fortunatamente, questo è ora in buone mani».

Pandemia economica: «Il pericolo vero è che al coronavirus si sostituisca un altro virus, quello dei dazi e delle politiche di chiusure commerciali. I dazi ed i mercati chiusi hanno sempre esercitato un grande fascino: permettono di salvaguardare i produttori locali, di tener fuori chi opera secondo altre regole del gioco, ma il conto lo pagano i consumatori con prodotti più costosi e di minore qualità. E a Nordest, il conto lo pagherebbero soprattutto le nostre imprese che sono fortemente internazionalizzate con tassi di esportazione che vanno dal 30 al 90% a seconda dei settori merceologici. Non ci conviene isolarci nonostante il fascino del freno alla globalizzazione, dei successi inglesi nella vaccinazioni e del nuovo “evergreen”, lo strapotere delle multinazionali. Ma per noi, per il Nordest, sarebbe un danno irreparabile: la chiusura dei mercati sarebbe la nostra chiusura».

Natalità e crescita economica: «E’ chiaro che le due cose vanno di pari passo, non ci può essere crescita economica senza natalità. E il Nordest è anche qui più a rischio di tante altre aree economiche e sociali del mondo: ci sono soltanto tre/quattro realtà al mondo con il nostro livello di ricchezza con un tasso demografico più basso del nostro. E’ evidente che dobbiamo trovare una soluzione velocemente: la prima dev’essere una diversa politica per la natalità; la seconda passa obbligatoriamente per nuovi arrivi. E qui debbono giocare una partita importante proprio le nostre Università che debbono essere in grado di intercettare nel mondo i migliori studenti, i talenti del domani. Intercettateli, fateli venire a studiare qui: poi le possibilità di trattenerli, con professioni e lavori qualificati e la nostra qualità della vita, sono enormi. Dobbiamo far arrivare nuova popolazione di qualità, è l’unico modo per uscirne».

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