“Napoleone. La morte di Dio” con Lino Guanciale al Teatro Romano. Un successo indiscutibile.

(Di Gianni Schicchi) Al suo ritorno in patria dall’esilio di Sant’Elena, le spoglie di Napoleone ricevono tutti gli onori, prima di essere tumulate nella cattedrale di San Luigi agli Invalidi di Parigi.

Siamo nel dicembre 1840, a vent’anni dalla sua scomparsa: un sontuoso corteo funebre lo accompagna fra un bagno di folla. Per la prima volta la Francia si confronta con la memoria di un imperatore e di un uomo che aveva segnato la storia di una nazione e di un’epoca.

Tra gli spettatori presenti a quel corteo c’è un illustre scrittore, Victor Hugo, che ne vuole fare materia di cronaca e motivo di riflessione. Si alza di primo mattino per essere presente a quello storico avvenimento e scrive poi un volumetto titolato I funerali di Napoleone. 

Nelle sue dense pagine, il romanziere de “I miserabili” offre le considerazioni più profonde sul senso della storia, ne fa materia di cronaca e motivo di riflessione sulla fine umana del potere di fronte al tempo che scorre e alla morte. 

Animato dall’ideale della democrazia, vede passare, insieme alle spoglie dell’imperatore, l’antica speranza, il suo tradimento e ancora le possibilità future di costruire il governo della conoscenza e della giustizia universale.

“Napoleone. La morte di Dio” al Teatro Romano

Dalla pièce di Hugo, lo scrittore partenopeo Davide Sacco ha tratto una sua versione che è andata felicemente in scena al Teatro Romano dal titolo “Napoleone. La morte di Dio”. con la sua regia e Lino Guanciale nel ruolo del protagonista.

Un lavoro sorprendente per la qualità della scrittura, nutrita di umanissima sostanza, che attinge dalla storia solo l’ispirazione per mettere in scena la frustrazione di un figlio che piange il padre perduto.

Un saggio appassionato dove accanto al tema della morte paterna, Sacco descrive anche tutto quello che unisce gli uomini nel doloroso momento, costruendo così un percorso polifunzionale sull’assenza degli eroi e delle divinità dei padri.

Lino Guanciale interpreta così un figlio che ha perso il suo genitore, forse Napoleone stesso, forse un Dio, forse solo un uomo qualunque, in un percorso parallelo tra la messa in scena del soffrire e chi soffre davvero, un viaggio nel mito che vuole essere anche un viaggio nel presente. 

Accosta di continuo i funerali anonimi del padre a quelli partecipati di Napoleone, cita alcuni versi di Alessandro Manzoni e brani del libro di Hugo.

É un figlio in lacrime, contrito per aver avuto un padre vecchio che non camminava e non parlava. Avrebbe voluto lavare il suo corpo svigorito, disteso immobile, non più in grado di reagire e pronunciare parola. “Ma a quanti anni deve morire una persona – si chiede – quand’è che la vita deve essere nascosta e perché dobbiamo sempre nascondere il dolore?”. 

Quel dolore privato che accomuna gli uomini, il vuoto che lascia misto ai rimorsi, a cose non dette, a gesti non espressi, s’apre ad una dimensione universale ponendo domande, rimproveri, considerazioni. Quella folla parigina gridava viva Napoleone, ma nessuno farà altrettanto per suo padre.  Questo figlio è stizzito, offeso perché il genitore se n’è andato senza dirgli nulla, nemmeno una parola. Capisce solo che quando muore un padre muore pure un dio che non può più indicarti la strada giusta.

Lino Guanciale indossa in scena una maglia grigia, abbottonata da un lato e parla in prima persona; recita sopra una panca, vi salta spesso sopra, urla il suo dolore, si rammarica per non avere mai chiesto a suo padre se era felice o credente: ricorda solo che era caldo quando l’ha lasciato e freddo quando l’ha baciato. Ể nei panni di chi è rimasto orfano da poco e che si dispera per non essergli stato accanto nei momenti più cruciali. 

Un figlio passionale, dalla voce chiara, sicura, spesso anche affabile, che tiene poi la scena con i tremori, la forza, l’urlo, la tenerezza, lo smarrimento dei moti dell’animo, in un lucido e vibrante equilibrio di espressioni vocali, confermandosi ancora una volta l’ottimo attore che tutti conosciamo.

Il palcoscenico del Teatro Romano è praticamente vuoto. Sul fondo un telo nero, con una grande scacchiera di fari che poi vengono puntati sul pubblico; sul soffitto quattro grandi candelabri ed una cassa che saranno calati sul palco, occupato solo da una panca e da una coppia d’attori.

La prima, Simona Boo, canta qualche canzone di Modugno, di Battiato, seguite dalla celebre aria di HändelLascia ch’io pianga”: tutte parole che dicono sentimenti di amore e di dolore, mentre il secondo, Amedeo Carlo Capitelli, interviene con una carriola per trasportare in scena della terra e mettere in ordine qualche arredo.

Al termine la cassa di legno cade giù rovinosamente sul palco accolta dagli scroscianti applausi del pubblico che premiano ripetutamente Lino Guanciale, i due comprimari e Davide Sacco presente fra il pubblico. Successo indiscutibile.

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