Rapporto Coop 2021: l’Italia cresce e torna in fiducia, vola l’export anche se è allarme per il costo delle materie prime alle stelle

Nelle scorse settimane la redazione de L’Adige ha partecipato alla annuale ricerca sui trend socio-economici del nostro Paese realizzata dal colosso della distribuzione Coop che coinvolge diverse centinaia di opinion maker, imprenditori e manager internazionali e del nostro Paese: si tratta della ricerca più completa che testa non soltanto lo stato di salute dell’Italia, ma anche analizza i suoi sentimenti profondi, le sue aspettative, e che quest’anno registra un tasso di ottimismo come non si vedeva da tanto tempo. L’indagine è molto corposa e nei prossimi giorni la esamineremo in tutti i suoi capitoli. Iniziamo dalle note economiche che vedono l’Italia nel lotto degli Stati che guidano la ripresa in Europa.

A fianco della ripartenza del manifatturiero c’è anche un sentiment di “rinascita” che è la risposta naturale delle società alla fine di un pericolo. Dopo la Seconda guerra mondiale ci furono il più lungo boom economico della storia e un conseguente boom delle nascite; dopo la pandemia iniziamo a registrare il primo, meno il secondo. Gli Italiani si sono scoperti fieri della loro capacità di resistere alla pandemia e provano un rinnovato orgoglio per i l’affermazione dei prodotti e dello stile di vita italiano nel mondo. A questo si aggiunge l’arrivo al governo di Mario Draghi che ha cambiato il passo della Nazione.

I MANAGER ITALIANI si soffermano soprattutto su questi elementi indicando nei risultati economici e politici i veri successi dell’Italia. Il maggior traguardo è l’affermazione – quasi iconica – di Draghi quale leader politico influente a livello internazionale, di cui è convinto il 70% dei top executive italiani. Seguono la gestione efficiente della campagna vaccinale e l’affermazione dei prodotti italiani nel mondo, entrambe segnalate dal 29%. Inoltre, per l’84% degli stessi executive, la reputazione internazionale dell’Italia è notevolmente migliorata rispetto alla situazione precedente alla pandemia, anche in conseguenza di una politica responsabile e di maggiore coesione. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, con un abbassamento dello spread italiano a 102 punti base ad agosto 2021 (46 punti in meno rispetto ad un anno fa) e una borsa al top, fenomeni che confermano la credibilità dell’Italia di Draghi. Del debito italiano, infatti, oggi non parla più nessuno.

NEL CORSO DELL’ESTATE l’Italia è stata la meta turistica più ambita a livello internazionale e luogo di attrazione del jet set internazionale. I giornali delle élite internazionali ha dedicato al nostro Paese articoli entusiastici e in qualche caso agiografici. Questo “nuovo clima” condiziona anche il giudizio della business community globale che dopo anni di disinteresse – quando non di avversione – guarda con rinnovata fiducia al nostro Paese. IL 60% DEI manager internazionali prevede per  il prossimo triennio un futuro roseo per l’Italia in termini di attrattività, con il 48% che si dichiara pronto ad espandere le proprie attività nel nostro Paese.

Nei primi sei mesi dell’anno, il valore delle esportazioni è stato pari a 250 miliardi di euro, superiore non solo ai 201 miliardi del 2020, ma soprattutto rispetto ai 240 miliardi registrati nella prima metà del 2019. Sono stati recuperati i livelli pre-pandemia, in particolare grazie all’ampia disponibilità di capitale da destinare agli investimenti e all’accumulazione di scorte, come conseguenza di un clima di fiducia estremamente positivo delle aziende esportatrici e di attese di crescita del fatturato derivante dai mercati esteri.

LA CRESCITA DELL’EXPORT è a doppia cifra tanto per l’area Euro che per la zona extra Ue, confermando una prevalenza del valore complessivo degli scambi verso i Paesi continentali (circa il 56%) rispetto al resto del mondo. Nella graduatoria dei principali mercati di sbocco figurano infatti la Germania e la Francia,  seguite dalla Cina. Il colosso cinese è quello che ha registrato il più elevato incremento di acquisti di beni e servizi italiani nella prima parte del 2021 (+55%), seguito da Polonia e Paesi Bassi, entrambi con tassi di variazione superiori al 30%. I prodotti che trainano questo recupero sono i metalli (rame +68%; ghisa, ferro e acciaio +47%), quelli afferenti al settore dell’automotive (+51%), le pietre preziose (+46%) e i mobili (+43%).

TRA LE RAGIONI a giustificazione di questa dinamica estremamente positiva degli scambi commerciali ci sono i contenuti costi di produzione delle imprese italiane. Nel confronto con i competitor europei, l’Italia evidenzia un costo del lavoro decisamente basso, superiore solo a quello del Regno Unito e della Spagna. Come detto, questa è una caratteristica strutturale del sistema produttivo italiano, ma la forbice con i Paesi esteri si è ulteriormente allargata nel corso del 2020.

LE PREVISIONI DELL’EXPORT per il prossimo biennio sono decisamente positive: nonostante il rallentamento della domanda mondiale che presumibilmente si verificherà nel 2022, le esportazioni italiane continueranno a crescere, raggiungendo i 535 miliardi di euro nel 2023, pari a un differenziale di +11% rispetto ai livelli registrati nel 2019. Tale crescita riguarderà non solo i beni ma anche i servizi, in corrispondenza del progressivo superamento delle restrizioni e della conseguente ripresa dei viaggi internazionali che alimenterà il turismo estero in Italia e la relativa spesa.

IL SALDO COMMERCIALE positivo, che nei primi sei mesi del 2021 si è attestato a 29 miliardi di euro, tuttavia tenderà a ridursi nel tempo, a causa di una crescita intensa anche delle importazioni, determinata non solo da un rincaro delle materie prime energetiche, ma anche dall’impulso generato dagli investimenti pubblici del Recovery plan, focalizzati sui settori del digitale e delle infrastrutture energetiche, ad elevato contenuto di importazioni. La crescita delle importazioni sarà pertanto superiore a quella delle esportazioni, determinando un contributo negativo alla crescita del PIL già quest’anno, protraendosi anche nel biennio successivo.

Dopo la contrazione dei prezzi del petrolio e di altre materie prime avvenuta durante la pandemia, a partire dal 2021 – contestualmente all’uscita dalla recessione economica globale e alla ripresa delle attività produttive e della domanda da parte delle imprese – le quotazioni internazionali delle materie prime sono tornare a crescere e con esse le dinamiche inflattive.

L’AUMENTO NON HA interessato solo il petrolio, le cui quotazioni sono cresciute del +211% tra maggio 2021 e maggio 2020, ma anche alcune materie prime necessarie in quantità mai richieste prima poiché indispensabili alle due rivoluzioni attualmente in corso: la transizione green e la digitalizzazione. Negli ultimi 12 mesi sono cresciuti a tripla cifra, ad esempio, i prezzi di stagno, litio, rame e titanio; ma anche materie prime come silicio, zinco e nichel hanno registrato nello stesso periodo un aumento double-digit delle quotazioni.

IN TUTTI I casi tale rincaro è avvenuto parallelamente al forte aumento della loro domanda da parte delle imprese di trasformazione, richiesta che comunque continuerà a crescere sensibilmente anche nel prossimo futuro. Tali materiali sono difatti fondamentali per la produzione di tecnologie quali soluzioni di mobilità elettrica, generatori di energia eolica e solare, batterie, radar e robot. A tal proposito basti pensare che entro il 2040 la domanda mondiale di rame supererà i 15 milioni di tonnellate a fronte di un consumo nel 2020 di 5,7 milioni di tonnellate (+165%), mentre quella di litio, indispensabile per la produzione delle automobili elettriche e per lo stoccaggio dell’energia, raggiungerà le 900 mila tonnellate, ossia una richiesta addirittura oltre 40 volte superiore a quella del 2020. L’incremento del fabbisogno e dell’utilizzo di metalli e materie prime essenziali nei processi produttivi legati alla transizione ecologica e digitale lascia presagire come, negli anni a venire, si assisterà ad un ulteriore rincaro dei loro prezzi che sarà accentuato in alcuni casi anche da un’offerta limitata o concentrata in pochi paesi, un processo che rischia di rallentare la tanto sperata rivoluzione green con pesanti ripercussioni proprio per l’economia europea.

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