Risparmio, gli Italiani lo investono così. E contante e mattone la fan sempre da padrone

(di Simone Alessandro Cassago) Nonostante le difficoltà macroeconomiche che hanno contraddistinto gli ultimi venti anni della nostra storia – qui il nostro articolo precedente – , gli italiani sono rimasti un popolo di “formiche”; le radici storiche portano lontano nel tempo, difatti la giornata mondiale del risparmio fu proclamata da un noto economista italiano, Maffeo Pantaleoni, in un discorso tenutosi a Milano durante un congresso dell’Istituto internazionale del risparmio nel 1924, e che da allora il 31 ottobre di ogni anno si svolge la celebrazione ufficiale italiana a Roma. Importante allora diventa capire come investono gli italiani da una decina d’anni ad oggi, così da avere un quadro attuale della situazione e analizzarlo. Va premesso, comunque un aspetto a priori. Negli ultimi 40 anni, durante le già citate giornate del risparmio, sul fronte italiano sono stati rimarcati, sovente, quattro aspetti fondamentali sul rapporto degli italiani verso il risparmio:

  • Fra coloro che risparmiano, circa il 50% lo fa in modo casuale; il risparmiatore italiano pone come prioritaria scelta di investimento l’acquisto della prima casa di proprietà; la creazione di valore tramite il risparmio, è collegata all’incertezza verso il futuro; infine, il risparmiatore tende ad assumere un comportamento abitudinario con scarsa attenzione nella diversificazione delle proprie attività di investimento finanziario

I concetti esposti sono difficilmente incontrovertibili; gli italiani sono, a differenza di molti altri paesi Europei (Spagna a parte che sull’immobiliare  ha sempre focalizzato molti investimenti, ma dal taglio più speculativo rispetto al nostro modello) da almeno una sessantina d’anni dei grandi investitori nell’immobiliare (escludendo il periodo post cedente alla grande crisi finanziaria dei mutui “subprime” scoppiata nel 2008 che mise in ginocchio, almeno fino al 2015-16, il settore edilizio e quello immobiliare nostrano, con un crollo dei prezzi e delle compravendite medio del 15 -20 %), in quanto vivere in una casa di proprietà ha sempre rappresentato in parte uno status symbol, e in parte la certezza di avere in mano un investimento tangibile e sicuro. Sulla casualità nell’effettuare risparmi da parte degli italiani, gioca un ruolo prevalente la scarsissima cultura  finanziaria e del risparmio da parte degli italiani, tant’ è che sono sempre di più le iniziative di realtà istituzionali come BankItalia, o società di consulenza finanziaria indipendente atte a coinvolgere i risparmiatori su questo aspetto davvero non trascurabile.

Se osserviamo il grafico a torta riportato in alto (aggiornato al giugno 2017, ma valido ancora oggi con variazioni di pochi punti percentuali fra un comparto ed un altro) anno in cui il governo in carica intraprese delle misure per il rilancio del PIL, generando ottimismo ma senza, purtroppo, raggiungere gli obbiettivi prefissatisi, notiamo subito e in modo lampante che, fatta base 100 il 31,4% dei risparmiatori italiani detengono i propri risparmi sui conti correnti bancari e postali, sui conti di deposito, e anche in denaro circolante, ovvero il cosiddetto contante (e qui re-incrociamo il famoso “tesoretto” del valore di ormai oltre 4.400 mld di Euro); poi, a seguire, abbiamo l’investimento in strumenti assicurativi per un 23,3%  (generalmente polizze vita,  polizze di copertura sanitaria integrativa e fondi pensione integrativi).

In questo caso il punto in cui, nelle giornate mondiale del risparmio a livello nazionale, si identifica che una certa quota di risparmio viene accantonato per l’insicurezza verso il futuro sintetizza molto bene i periodi di incertezza che stiamo vivendo: un Istituto Nazionale di Previdenza Sociale caricato di costi impropri e piegato dalla crisi demografica, un Sistema Sanitario Nazionale che non è più in grado, da almeno un 15 – 20 anni, di garantire ovunque nel Paese adeguate prestazioni (considerando che siamo in un paese il quale dovrebbe curare con il suo SSN  universale, istituito nel lontano 1980, tutti i cittadini con un livello di servizio sanitario adeguato, ma che in realtà non  lo è più da quasi un ventennio, nonostante l’elevatissima pressione fiscale, che servirebbe a garantire la sostenibilità di questo modello del “benessere”), portano i risparmiatori  a contrarre sempre più polizze vita sia tradizionali, che a capitalizzazione differita (ovvero polizze in cui il contraente versa un premio annuo che la Compagnia Assicurativa investe secondo le prerogative del contraente stesso, i cui interessi si sommano alla quota annua del premio per formare un montante nel tempo che deve essere restituito ad una data scadenza, concordata sempre con l’assicurato).

Sempre più persone contraggono anche polizze di assistenza sanitaria integrativa, per sopperire alle debacle del SSN, così come molte persone accendono un fondo pensione integrativo sia con compagnie assicurative, che con le realtà di bancassicurazione del nostro sistema bancario; ad esse si rivolgono quelle categorie di soggetti che non appartengono a categorie lavorative iscritte a fondi pensione chiusi (ovvero caratterizzanti specifici settori della vita economico – produttiva del paese e negoziati fra le aziende appartenenti e le parti sociali, pensiamo ad esempio a lavoratori di piccole realtà commerciali o artigianali), e optano per i fondi detti anche “aperti” negoziati dai suindicati intermediari; il meccanismo è simile a quello delle polizze vita a capitalizzazione differita, con il vantaggio di poter destinare la propria quota di TFR maturato, con una legge entrata in vigore il 1° gennaio 2007, all’interno del fondo la quale viene investita nei canali prescelti dal contraente. La previdenza complementare è diventata ormai un pilastro fondamentale del futuro pensionistico degli italiani, considerando sia la riforma Dini del 1995 che quella Fornero del 2012 e considerando anche il sempre più forte aggravio di spesa pensionistica pubblica, in un paese che ha sempre più persone anziane a cui provvedere, e in cui le giovani coppie non mettono più al mondo figli con uno stallo nella crescita demografica di una certa importanza.

Proseguendo nella analisi del grafico vediamo che un buon 22% dei risparmiatori opta per l’investimento in singoli titoli azionari, costruendo una sorta di “giardinetto” e preferendo di più una strategia “value” (ovvero titoli con alti dividendi) che “growth” (titoli con alto potenziale di crescita, in genere nel medio-lungo periodo). Va detto, però, che costruire il proprio portafogli di investimento basandosi prevalentemente su azioni che erogano alti dividendi, potrà avere sì un buon ritorno in termini di cassa personale, ma è molto rischioso, soprattutto per il fatto che parliamo di quote azionarie di società rappresentati capitale di rischio e soggette alla variabile delle oscillazioni dei prezzi sui mercati (la “volatilità”) e all’andamento di gestione delle stesse aziende. In questo caso si rispecchia a pieno il paradigma evidenziato sopra in merito alla scarsa considerazione di diversificare i propri investimenti, seguendo una sana e prudente gestione del rischio (anche se una certa colpa è da attribuire alle inadeguate pressioni commerciali di vendita a cui sono spinti i consulenti di molte banche “tradizionali”, i quali spingono i clienti all’acquisto di azioni “mirate” per rispettare i budget, bypassando spesso il profilo di rischio stilato sulla persona fisica che investe).

A seguire, si confermano al quarto posto nel “sentiment” dei risparmiatori italici i fondi comuni di investimento con un buon 11,7 % nelle percentuali di scelta di investimento. Entrati “de facto” nel sistema finanziario italiano durante la seconda metà degli anni ’80, dagli anni ’90 in poi hanno conquistato gli italiani che possono permettersi di tenere impegnata una fetta del loro risparmio per un periodo medio – lungo in ottica di preservazione del capitale e, perchè no, anche di crescita.

Sono detti fondi attivi perché a comporne gli strumenti su cui investire sono le società di gestione del risparmio, divenute ormai delle vere e proprie “investment factories”; non parliamo di investimenti senza rischio, al contrario, ma in questo caso il rischio varia a seconda dei comparti e della tipologia di fondo che si vuole sottoscrivere; un fondo al 100% esposto sui mercati azionari può dare buone performance in periodi di scarsa volatilità sui mercati (cosa sempre più rara ormai), contrariamente rischia di divenire un’arma a doppio taglio. La scelta che ricade su comparti misti o bilanciati, ovvero con un adeguato peso percentuale ripartito fra azioni e obbligazioni è, in genere quella appagante, anche se ancora non molto in uso tra i nostri risparmiatori. In sostanza, se dividiamo per comparti quell’ 11,7% totale, ci troviamo di fronte a: un buon 6% di risparmiatori orientati sul comparto azionario, un 4% su quello obbligazionario, ed un 1,7% propenso ai fondi bilanciati o misti. Proseguendo ci imbattiamo in un 8% di investimenti in obbligazioni ripartite fra: Titoli di stato 3,2%; Obbligazioni societarie ordinarie non bancarie 2,2%; Obbligazioni bancarie ordinare 2,1 % ed Obbligazioni bancarie subordinate 0,5%

Qui abbiamo la conferma che, causa i tassi di interesse a livello BCE ancora attestati sullo 0 %, con il decennale dei BTP che quota, oggi come oggi, intorno all’ 1, la  familiarità degli italiani con i nostri titoli del debito pubblico è scesa vertiginosamente negli ultimi 15 anni, forzata (volenti o nolenti) da politiche monetarie che hanno dovuto affrontare lo tsunami del 2008 e il piano Quantitative Easing, varato ufficialmente nel 2015 e già annunciato nel 2011 dall’allora presidente della BCE Mario Draghi, nell’ottica di salvare i debiti pubblici dell’area Euro da speculazioni “ostili” e tenere i tassi di interesse sotto controllo, in una situazione di generalizzata bassa crescita economica. Le obbligazioni societarie private (in genere di grandi imprese) e quelle bancarie, riescono a strappare anche rendimenti di poco superiori all’ 1.5 – 1,7%, più appetibili quelle subordinate, le quali in certi casi offrono cedole anche del 4 o 5% (parliamo sempre al lordo d’imposta) ma che, come rovescio della medaglia, hanno il fatto che non sono garantite alla scadenza e assomigliano molto alle azioni, in quanto se la società emittente non è in grado di rimborsale e fallisce si perde tutto il capitale investito (vedi i casi Parmalat/Cirio, come i recentissimi scandali bancari di istituti bancari storici e legati al territori, andati a gambe all’aria causa malagestione, malcostume manageriale se non troppa invadenza da parte della politica).

Chiudiamo questa analisi con un 2,8% di capitale investito in “altre attivita”; qui nasce d’obbligo fare una distinzione che comincia ad avere, ultimamente, sempre più significato; quella fra risparmiatore medio/medio grande  – investitore individuale con patrimoni di una certa importanza – trader professionisti indipendenti.

Se i primi sono in genere persone fisiche che dispongono di un controvalore, in termini di disponibilità di capitale che parte da piccole somme come 30 – 40.000  euro fino ad un massimo di 500.000 e conoscenze molto limitate della materia finanziaria – i secondi sono investitori che possono possedere investimenti ben più ampi dell’asticella dei 500.000 euro, arrivando anche ad avere alcuni milioni se non decine di milioni di euro disponibili all’investimento e, sovente in possesso di conoscenza della materia finanziaria notevolmente superiore ai risparmiatori “ordinari” – infine, i terzi sono professionisti del trading (non sempre necessariamente in possesso di un background maturato come trader di grandi banche) di età oscillante fra i 20 e i 35 -36 anni che, grazie ad innovative piattaforme di trading che si avvalgono degli algoritmi per prendere decisioni molto rapide in brevissimo tempo riescono ad effettuare investimenti dall’elevato piglio speculativo in ETF  o strumenti derivati in generale o, anche attività di interscambio all’interno del mercato delle valute internazionali, anche all’interno di una sola giornata. Tutto dipende dalla propensione al rischio e da quanto denaro si possiede; chi possiede ad esempio un portafogli di investimenti di 2 milioni di euro può sopportare rischi più elevati di uno che ne possiede 200.000. Gli investitori individuali e i trader professionisti indipendenti rientrano a puntino in quel 2,8% di investimenti in altre attività.

Se guardiamo bene questa scala piramidale di propensione al rischio:

Possiamo dire che il risparmiatore “medio” italiano arriva a coprire pienamente le prime tre fasce (le più ampie anche, come si può certamente notare), il risparmiatore medio/grande la quarta fascia, gli investitori individuali (che si avvalgono in genere della consulenza dei segmenti di Private banking delle grandi banche, o spesso anche di banche mirate a questo tipo di servizio – come due “pezzi forti” nel panorama italiano del calibro di Banca Generali Private e Fineco, le quali offrono una consulenze di tenore specialistico molto più elevate) e i trader professionisti l’ultima fascia.

Tirando le fila possiamo dire che sì, è vero che gli italiani hanno un bassissimo livello di alfabetizzazione finanziaria, ma non si tratta di materia semplice e gli stessi devono essere indirizzati al meglio. A tal riguardo va riconosciuto il merito alle società di consulenza finanziaria indipendenti (che stanno crescendo come funghi e che non hanno mandato con nessuno, lavorando a “parcella” come un qualsiasi avvocato, commercialista o consulente aziendale) della continua promozione di eventi gratuiti in presenza (ora che finalmente il covid ci sta regalando un po’ più di respiro) nelle loro sedi e webinar sui social network per instradare sempre più i risparmiatori verso una maggior consapevolezza e capacità di scelta. Non è un percorso facile certo, ma vista anche la disponibilità da parte del governo di istituire corsi di formazione negli istituti di formazione secondaria superiore, le premesse ci sono tutte per lavorare bene al riguardo e far acquisire buone e più consapevoli abitudini di gestione dei propri risparmi da parte degli italiani. 

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