“Mi piace molto praticare sport violenti (come per esempio il rugby)”. L’affermazione, che non ammette dubbi, è una delle risposte possibili – la 477.ma per l’esattezza – di un questionario molto noto e molto utilizzato dagli psicologi in tutto il mondo. Fa parte di un test che serve a stabilire la personalità di un soggetto sotto esame e il fascino che subisce dalla violenza. Che il rugby sia definito uno sport di violenza cieca, al pari del combattimento o di altre discipline, non è andato giù alla dirigenza del Valpolicella Rugby 1974 (milita in seria A, la seconda divisione nazionale federale, nella foto la prima squadra) che da quasi cinquant’anni diffonde questo sport che ha educato tantissime generazioni di ragazzi di Verona e che nel mondo è sinonimo di tattica, gioco virile, rispetto delle regole, conquista e difesa del territorio. Così Sergio Ruzzenente (al centro nella foto qui sotto) – che questa squadra ha fondato nel 1974 – ha preso carta e penna ed ha scritto, assieme al suo direttivo ed al mental coach della squadra, la psicologa Giuliana Guadagnini, una lettera infuocata alla Giunti OS che edita in Italia il test MMPI2 chiedendo la rimozione della citazione.

«Il rugby, sport di squadra nato nel 1823 nell’omonima cittadina inglese, è conosciuto come un gioco duro, faticoso, impegnativo sotto il profilo tecnico e mentale, ma mai violento; anzi, proprio l’intensità e le fisicità richieste da questo gioco esigono dai giocatori la massima sportività e un grande rispetto nei confronti degli avversari, nell’ambito di un quadro di regole articolato e complesso, che consente all’arbitro di punire molto pesantemente i comportamenti scorretti in campo. Nel rugby, 15 giocatori devono lavorare insieme per schiacciare il pallone oltre la linea di meta avversaria e, parallelamente, devono a loro volta impedire alla squadra avversaria di fare meta, spingendo e placcando, ma sempre nel rispetto delle rigorose regole del gioco. Il fatto di dover fare squadra, sacrificandosi l’uno per l’altro, superando le individualità personali, per un obiettivo in comune (la meta), il fatto di dover avanzare passando all’indietro la palla al proprio compagno (altra peculiare caratteristica di questo sport), il fatto di dover usare un pallone ovale dai rimbalzi imprevedibili, il fatto che in campo solo il capitano della squadra possa confrontarsi con l’arbitro, il fatto che nel rugby ci sono ruoli molto diversi, che consentono di giocare a questo sport persone dalle caratteristiche fisiche molto diverse, hanno reso questo gioco un importante strumento educativo per i giovani e una sorta di metafora della vita, tanto da essere sempre più frequentemente preso come esempio in molti corsi di formazione aziendale.

Nel panorama mondiale questo sport è rigoroso ma nello stesso tempo pieno di stimolanti contraddizioni. È fatto di regole, di principi, tradizione e spirito, ma è nato rompendo le regole; è un combattimento corpo a corpo, ma eccezionalmente rispettoso dell’avversario, duro ma non violento. Il rugby è gioco di squadra per eccellenza: rispetto, lealtà, stima, fiducia e nonostante ci sia molto scontro fisico, non c’è violenza.

Il rugby, più di ogni altro sport – aggiunge Ruzzenente – , ha un patrimonio di valori eccezionalmente ricco. Uno sport che trae dalle proprie radici e dalla propria cultura la spinta al rinnovamento e al miglioramento. Nobiltà, lealtà, senso di responsabilità, rispetto dell’avversario, spirito di sacrificio, disinteresse, altruismo, amicizia, impegno, gioco di squadra, determinazione, coraggio: questi (ed altri) valori sono nel codice genetico del rugby e coinvolgono giocatori, tecnici, dirigenti, tifosi, che, dopo la partita, tradizionalmente si trovano per un momento di festa, per commentare la partita anche se della squadra avversaria (il famoso terzo tempo). Si tratta di una risposta forte alla crisi di valori in atto dentro e fuori lo sport, perché sono valori che dal rugby si trasferiscono alla vita. Molti ragazzi e ragazze, una volta iniziato questo percorso sportivo, ottengono una nuova consapevolezza di sé, e ritengono di essere migliori sotto il punto di vista dei valori e delle attitudini; più che una mera pratica sportiva, è un vero e proprio stile di vita. Per queste ragioni, chiediamo di rivedere nel test la dicitura succitata rispettivamente alla domanda 477 almeno nella versione italiana (e nelle altre lingue se vi è citato il rugby), anche considerando che il MMPI2 è a diffusione mondiale e dà purtroppo da ormai molti anni una visione fuorviante e penalizzante di un gioco che non merita tale etichetta denigratoria».

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