Tassare le mance. Un altro modo per mettere le mani nelle tasche di chi lavora.

Tassare le mance? Ci stanno pensando. Una sentenza della Cassazione ha stabilito che la mancia fa parte del reddito, che è onnicomprensivo di tutto il denaro che va in tasca al lavoratore. Non ci sarebbe niente da meravigliarsi se in nome della “lotta all’evasione” venisse stabilita anche la tassa sulle mance. O, come ha detto Crosetto, uno dei fondatori di Fratelli d’Italia, anche sull’elemosina. Poi, andando avanti di questo passo, magari in nome della transizione ecologica, anche sull’aria che respiriamo, per punirci del fatto che consumiamo l’ossigeno e produciamo anidride carbonica che, come si sa, produce i cambiamenti climatici.

Le sentenze della Cassazione “fanno giurisprudenza”. Quindi, attenzione! Figuriamoci se l’Agenzia delle Entrate si farà scappare un’occasione così ghiotta per mettere altre mani nelle tasche degli italiani.  La difficoltà, una volta sancito il principio che la mancia è un reddito, sarà come quantificarla. Ma c’è da giurare che qualche sistema lo inventeranno. 

Tutto è nato dal fatto che il portiere di un grande albergo della Sardegna nel 2007 aveva incassato 80 mila euro di mance. Un’evidente esagerazione dovuta molto probabilmente al tipo di clientela particolarmente danarosa dell’hotel. E da lì è partito tutto, fino alla sentenza della Cassazione. Ma da un caso del tutto particolare a farne una regola generale ne passa. 

La mancia, fra l’altro, è un uso che va scomparendo per la difficoltà sempre maggiore di utilizzare il contante. Ma anche per l’evoluzione dei rapporti sociali sempre più basati sulla parità e la professionalità e non, come una volta, sul paternalismo di cui la mancia è espressione. Qualcuno l’aveva definita una via di mezzo fra l’elemosina e la corruzione. Adesso anche un’occasione in più per tassare chi lavora.

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