(Angelo Paratico) – Jimmy Lai giunse a Hong Kong dalla Cina comunista come un profugo qualsiasi. Ma poi, lavorando duramente e con intelligenza, riuscì a costruire un impero con il marchio d’abbigliamento Giordano. Poi fece un buco (essendo stato troppo avanti nei tempi) creando un sistema di supermercato digitale con consegne a domicilio, tentando di spezzare il monopolio di Park n’ shop e Wellcome. Furono loro che spezzarono lui. Ma Giordano andò bene, era una sorta di nuovo Benetton. Poi, preoccupato dal passaggio alla Cina nel 1997 dopo i fatti di Piazza Tienanmen del 1989 virò sulla politica e creò il quotidiano Apple Daily, pubblicato anche a Taiwan. Tutti lo ricordano quando scoppiò in lacrime davanti alle telecamere nel giugno 1997, dicendo al popolo britannico che: “Vi saremo sempre grati per quello che ci avete dato”.

Per lui è stato un errore fatale l’aver creduto alle sirene che lo invitavano a credere a una futura Hong Kong indipendente dalla Cina popolare, una puerile assurdità. Nel 2020 venne arrestato con altri capi del movimento, dopo aver rifiutato di mettersi in salvo e ieri sono arrivate le accuse a suo carico, valide dopo che la legislazione di Hong Kong è stata mutata.
Lai, di 78 anni, è stato dichiarato colpevole di collusione e sedizione nel processo a suo carico sulla violazione della sicurezza nazionale, nella sentenza firmata dai giudici Alex Lee, Esther Toh e Susana D’Almada Remedios del tribunale di West Kowloon.
In particolare è stato ritenuto colpevole di due capi d’imputazione: sedizione e cospirazione con forze straniere ai sensi della legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino nel giugno del 2020, inoltre esiste un terzo capo d’imputazione per interferenze con forze straniere ai sensi della legislazione dell’era coloniale britannica, ancora in vigore.

Il verdetto è maturato cinque anni dopo il processo avviato contro il magnate dei media e della moda, accusato di aver usato il suo tabloid Apple Daily, ora chiuso, per fare pressione sulle nazioni straniere al fine di imporre sanzioni, blocchi o altri atti ostili contro Cina e Hong Kong in risposta alla stretta su autonomia e libertà di Pechino a danno dell’ex colonia britannica. Una volta arrestato nell’agosto del 2020, è stato posto in isolamento per oltre 1.800 giorni.
“Non c’è dubbio che Lai abbia nutrito risentimento e odio nei confronti della Repubblica popolare cinese per gran parte della sua età adulta, e questo è evidente nei suoi articoli – ha dichiarato alla corte il pubblico ministero Esther Toh -. È anche chiaro per noi che l’ imputato, fin dall’inizio, molto prima della legge sulla Sicurezza nazionale, ha usato questa leva con gli Stati Uniti per poterla usare contro la Cina”. Questa è l’essenza della vecchia legge coloniale britannica, chiaramente rivolta alla Cina comunista, ma oggi i tavoli sono stati girati.
Lai, con indosso un cardigan verde chiaro e una giacca grigia, è sembrato impassibile mentre ascoltava il verdetto, a braccia conserte, senza parlare. Ora rischia la pena massima dell’ergastolo e la condanna sarà emessa in un secondo momento, pur avendo a disposizione un ricorso contro tutte le accuse.

Sappiamo che il presidente Usa Donald Trump ha parlato con il suo omologo cinese Xi Jinping sul rilascio di Jimmy Lai, ormai in precarie condizioni di salute, durante l’incontro di fine ottobre in Corea del Sud, a margine del forum dell’Apec ma si dovrà attendere del tempo. Speriamo che Xi vorrà mostrarsi magnanino con lui. Teoricamente il sistema giudiziario di Hong Kong è indipendente da quello cinese ma basterebbe una chiamata di Xi al governatore di Hong Kong per far liberare Lai
Tra i coraggiosi in fila per entrare in aula sono stati riconosciuti alcuni rappresentanti consolari, tra cui quelli di Usa e Ue. Presenti la moglie di Lai, Teresa, il figlio Shun-yan, nonché veterani del fronte pro-democrazia di Hong Kong, tra cui il cardinale Joseph Zen e l’ex parlamentare Emily Lau.
Domenica scorsa il Partito Democratico, la principale forza di opposizione della città, ha votato il suo scioglimento, facendo harakiri: fondato nell’ottobre del 1994, aveva guidato il processo di democratizzazione avviato negli anni ’80, all’epoca in cui Londra e Pechino concordarono il trasferimento della sovranità. Alcuni suoi membri sono ancora in carcere ma per loro non verrà usata la mano pesante, come nel caso di Lai.
