Portogallo, Italia, Grecia e Spagna per gli inglesi erano ‘pigs’

( Alessandro Gorgoni) Bistrattati per anni, i cosiddetti PIGS sono diventati economicamente più forti e hanno saputo rimediare a numerose storture che li affliggevano. In questo contesto la manifattura tricolore ottiene un grande risultato.

Oggi lo scenario globale si discosta significativamente dallo scorso decennio passato, ridisegnando gli equilibri economici e mutando certezze che si ritenevano incrollabili. Le economie più fragili dell’Eurozona, etichettate a lungo con l’acronimo dispregiativo “PIGS” (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna) dalla stampa anglosassone, non sono più fanalino di coda. Se nel 2011 il pregiudizio dei mercati era alimentato da oggettive criticità strutturali, oggi questi stessi Paesi dimostrano fondamentali macroeconomici e una disciplina di bilancio radicalmente mutati.

A 15 anni di distanza, il quadro finanziario del Mediterraneo è solido. Il Portogallo rappresenta un case study di successo, avendo ridotto il rapporto debito/PIL dal 134,1% del 2020 al 94,9% di fine 2024.

Anche per l’Italia, nonostante il quadro presenta luci e ombre, la traiettoria è positiva. Risulta indiscutibilmente problematica la stagnazione dei salari reali, ma il Paese ha dimostrato una capacità intrinseca — indipendentemente dal colore politico dell’esecutivo — di generare avanzi primari (al netto degli interessi) paragonabili a quelli della Germania. Secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, il debito pubblico italiano è sceso dal 154,4% del 2020 al 135,3% del 2024. Sebbene sia previsto un lieve rimbalzo al 136,8% nel 2025, la velocità di rientro rimane un segnale incoraggiante per i mercati.

La crescita si sposta a Sud. La rivincita dei Pigs

Leggendo i dati aggregati sembra che il baricentro della crescita si è spostato. Fatto 100 il PIL medio trimestrale del 2020, la ripresa post-Covid vede la Spagna (+16,4%), il Portogallo (+15,3%) e la Grecia (+12,6%) sovraperformare nettamente le economie “core” come la Francia (+6,8%) e soprattutto la Germania, ferma a un modesto +0,9%. In questo contesto, l’Italia si posiziona con un +7,2%, superando entrambe le maggiori economie dell’Unione.

Tuttavia, allargando l’orizzonte al lungo periodo (base 2010), le “cicatrici” della stagnazione pregressa sono ancora visibili sul tessuto produttivo italiano: mentre Spagna (+22,9%) e Portogallo (+19%) hanno superato o eguagliato la crescita cumulata di Francia e Germania, l’Italia si ferma a un +7%, scontando il peso delle crisi passate.

Passando al PIL pro capite, il quadro si arricchisce. Rimanendo sul periodo post-pandemico, l’Europa meridionale si dimostra più vitale con Grecia (+11,1%), Portogallo (+9,6%) e Spagna (+9,2%) che staccano nettamente la Francia (+4,5%) e una Germania addirittura in recessione pro capite (-1,40%). Anche l’Italia registra in questo lasso di tempo una crescita solida del 6,9%, confermando una forza del sistema-paese superiore alle attese.

Storico sorpasso dell’export italiano sul Giappone

All’interno di questo percorso rassicurante, si inserisce un dato di grande rilievo certificato dall’OCSE. Nel rapporto “G20 International Trade” del 21 novembre scorso, l’istituto ha evidenziato che nel terzo trimestre del 2025 l’export italiano di merci ha superato in valore quello del Giappone, proiettando l’Italia al quarto posto mondiale tra i grandi esportatori.

Nell’ultimo decennio, la manifattura italiana ha saputo fare grandi passi in avanti. I driver di questo successo sono stati la modernizzazione tecnologica (Industria 4.0), l’elevata differenziazione settoriale e, fattore decisivo, la struttura delle “filiere corte”. Nell’era del decoupling, l’agilità delle PMI italiane si è rivelata un vantaggio competitivo.

I dati dell’Organizzazione Mondiale del Commercio confermano questo andamento, che nei primi 9 mesi del 2025, ha visto l’Italia registrare un incremento dell’export del 6,6% in dollari correnti, doppiando la crescita tedesca (+3,1%) e francese (+3,8%). L’accelerazione decisiva è arrivata nel terzo trimestre, con un incremento del 13,3% su base annua, in netta controtendenza rispetto alla frenata dell’export giapponese (+1,4%), penalizzato dai dazi americani imposti da Donald Trump. Questa forza del tessuto produttivo nostrano, pur con le sue cicatrici dovute alla lunga crisi, dovrebbe farci essere ottimisti sul futuro.