(di Francesca Romana Riello). Ci sono luoghi che non frequenti: li attraversi per tutta la vita.

Per me Cortina d’Ampezzo è così.

Da quarantuno anni torno qui, estate e inverno, con la naturalezza di chi non deve chiedersi perché. È casa, anche quando non lo è formalmente. È memoria, abitudine, ritorno.

Cortina non è mai stata solo una località turistica. È sempre stata un luogo vissuto, praticato, imperfetto. Una valle dove lo sport non era un evento, ma una consuetudine quotidiana. Dove i bambini giocavano, le famiglie si muovevano, gli spazi erano pochi ma condivisi.

Oggi qualcosa si è incrinato. E il nome che accompagna ogni cambiamento è sempre lo stesso: Olimpiadi.

Cortina, quando l'attesa diventa perdita

Una valle che aspetta, ma intanto si ferma

Il parcheggio del Faloria è diventato il simbolo di questa attesa infinita. Chiuso. Diviso in due lotti. Il primo doveva essere pronto nel 2026, ora si parla del 2029. Il secondo non ha nemmeno una data. Nel frattempo le auto restano, aumentano, si accumulano. Gli spazi si riducono. I disagi crescono.

Una valle di montagna senza parcheggi non è solo scomoda. È una valle che perde accessibilità, che respinge invece di accogliere. Che diventa faticosa, nervosa, compressa.

L’attesa di un grande evento sta congelando il presente.

Cortina, quando l'attesa diventa perdita

Lo sport che non fa notizia

C’è poi lo sport che non finisce sulle brochure. Quello di tutti i giorni. I campi da tennis tolti. Il 360, la palestra di roccia dedicata a Lino Lacedelli, chiusa. Un luogo simbolico, non per la spettacolarità, ma per ciò che rappresentava: allenarsi, crescere, vivere la montagna anche quando non sei sulla roccia vera.

Lo Stadio del Ghiaccio chiuso per il curling. Piste da sci che subiranno limitazioni. Parchi giochi per bambini eliminati.

Le Olimpiadi, che dovrebbero essere la massima espressione dello sport, stanno togliendo spazio a tutti gli altri sport. Quelli silenziosi, quotidiani, che non portano sponsor ma costruiscono comunità.

Cortina, quando l’attesa diventa perdita: un evento a numero chiuso

A completare il quadro c’è il tema dell’accesso. Chi non ha il biglietto, chi non ha una seconda casa, rischia semplicemente di non entrare. Pass, filtri, limitazioni. Una valle chiusa, selezionata, contingentata.

Cortina non come luogo, ma come evento. Non più vissuta, ma autorizzata.

Dopo quarantuno anni, guardo questa trasformazione con una sensazione precisa: quella di uno snaturamento profondo. Si chiede a un territorio di sacrificare il presente per un futuro che resta vago. Si smonta la quotidianità in nome di una promessa.

La montagna, però, insegna un’altra cosa. Che ciò che togli oggi difficilmente lo rimetti domani. Che gli equilibri sono fragili. E che non tutto ciò che brilla lascia un’eredità.

Forse il vero lascito delle Olimpiadi non si misurerà nelle medaglie, ma in ciò che resterà quando il silenzio tornerà a riempire la valle.

E allora la domanda sarà una sola: Cortina sarà ancora un luogo da vivere, o solo un ricordo ben confezionato?

Perché la montagna non dimentica. E presenta sempre il conto.

Cortina, quando un evento diventa perdita