(Angelo Paratico) Pochi sono a conoscenza del fatto che Orlando Pescetti, veronese d’adozione, fu una delle fonti per William Shakespeare nello scrivere il suo dramma Giulio Cesare.
Orlando Pescetti nacque a Marradi (Firenze) attorno al 1556. Nei documenti anagrafici di Verona appare che vi si trasferì alquanto giovane dopo aver studiato a Firenze. A Verona esercitò l’insegnamento guadagnandosi una certa reputazione come istitutore dei rampolli della nobiltà veronese. Dapprima abitò nella contrada Ponte Pietra, poi si trasferì in quella della Pigna con la moglie Antonia e i cinque figli, per risiedervi almeno sino al 1614. Rimasto vedovo, dopo il 1596, si risposò con la vedova Virginia Riccobello, dalla quale ebbe altri tre figli. Nei decenni successivi condusse un’esistenza ordinaria, consacrata all’insegnamento, sua principale fonte di sostentamento e dall’attività letteraria. Morì a Verona verso il 1624 circa.

Orlando Pescetti scrisse varie opere, fra le quali una tragedia, Il Cesare uscito a Verona nel 1594 presso allo stampatore Gerolamo Discepolo, che aveva i torchi vicino al Ponte Pietra. Il libro, dedicato ad Alfonso II d’Este, era un’opera tutto sommato mediocre e forse non fu mai rappresentata su di un palcoscenico, ma questo è interessante perché fu una delle probabili fonti del Julius Caesar di Shakespeare.

I primi accenni al Pescetti nel mondo anglosassone apparvero in lettere pubblicate sul quotidiano statunitense The Nation, il 2 e il 9 giugno 1910. Una certa signorina Lisa Cipriano, della quale nulla sappiamo, scrisse una lettera per richiamare l’attenzione su alcune analogie fra il Cesare di Pescetti e il Giulio Cesare di Shakespeare. In risposta, la settimana seguente apparve uno scritto del professor Harry Morgan Ayres della Columbia University che poi fece seguito con un saggio intitolato “Shakespeare’s Julius Caesar in the Light of Some other Versions” nel quale richiamava l’attenzione su alcuni parallelismi con il testo del Pescetti.

Affermare che il dramma di Pescetti si avvicini a quello di Shakespeare per bellezza e potenza è una grossa forzatura, ma sappiamo che almeno una sua copia dovette raggiungere Londra. A quel tempo tutto ciò che veniva dall’Italia era visto come superiore a tutto il resto e forse venne notato dal grande drammaturgo inglese, chiunque si nascondesse dietro a quel nome, Florio, Oxford, Derby, Bacon, Marlowe ecc.
Una tesi di laurea americana sulla similitudine Shakespeare-Pescetti
Uno studente americano, Alexander Boecker pubblicò la sua tesi di laurea basata sulle similitudini fra il Pescetti e Shakespeare: “A probable Italian source of Shakespeare’s Julius Caesar”, New York 1913,
Ciò che rende quest’opera del Pescetti, a lungo dimenticata, di interesse per il lettore moderno è la probabilità che abbia fornito a Shakespeare delle suggestioni che, forse, non ha esitato ad utilizzare. Per esempio, le scene di Bruto e Porzia nel testo veronese segnano la prima introduzione di questo materiale in qualsiasi dramma sullo stesso soggetto. Pescetti ritrae Bruto nelle sue relazioni domestiche secondo le linee successivamente adottate da Shakespeare, e aggiunge tocchi non riconducibili a Plutarco, molto usato ma inclusi nel “Giulio Cesare” di Shakespeare. Forse il punto migliore del testo di Pescetti è che fu il primo drammaturgo a rendersi conto del valore drammatico di uno sfondo soprannaturale. Egli presenta il fantasma di Pompeo come la forza eccitante del suo Bruto e anche Shakespeare introdusse il fantasma di Cesare per annunciare il suo destino.

Come il Cassio di Shakespeare, il Decimo Bruto di Pescetti solleva un dubbio sulla partecipazione di Cesare alla seduta del Senato, e l’introduzione di questo elemento di suspense apre la strada alla definitiva persuasione del dittatore. Nell’opera di Shakespeare l’episodio svolge la stessa funzione. Ma più significativo è l’impiego da parte di Pescetti della scena di Cesare e Lena, che a parole e nel pensiero costituiscono un parallelo molto stretto con la stessa scena di “Giulio Cesare”.
Il Giulio Cesare di Shakespeare fu pubblicato nel First Folio del 1623, ma una sua rappresentazione vien menzionata da Thomas Platter il Giovane nel suo diario nel settembre 1599, anche se nessuno può essere certo che in quella nota si trattasse proprio del Giulio Cesare di Shakespeare. L’opera non era ancora nell’elenco delle opere di Shakespeare pubblicato da Francis Meres nel 1598. Sulla base di questi due punti, oltre che di una serie di allusioni contemporanee e della convinzione che l’opera sia simile all’Amleto nel vocabolario e all’Enrico V e a Come vi piace nella metrica, gli studiosi hanno suggerito il 1599 come data probabile di composizione, ben cinque anni dopo il libro di Orlando Pescetti.
