(di Gianni Schicchi) Il Don Giovanni di Mozart ha inaugurato domenica 18, la stagione operistica invernale 2026 della Fondazione Arena al Filarmonico (ulteriori recite 21, 23, 25 gennaio), con i bellissimi costumi creati da Maurizio Millenotti, mentre regia e scene sono affidate al musicologo Enrico Stinchelli, che si avvale di un mago delle luci come Ezio Antonelli, creatore di interessanti video proiezioni, Gli riesce bene infatti creare illusioni ottiche tridimensionali, praticamente dal nulla, grazie ad una preparazione tecnica eccezionale con tutta la sua equipe. Ottime quelle con una torrenziale pioggia e col fuoco infernale al termine, anche se della Spagna e del suo territorio non vi è alcuna traccia. In scena ci sono tre enormi stipiti vuoti, alcune cornici discendenti dal soffitto contenenti ritratti del protagonista e delle sue numerose conquiste amorose. Due passerelle ai lati dell’orchestra hanno consentito poi di allargare a tutto campo la vicenda, facendo affluire i personaggi dalla platea.
Sul palcoscenico Don Giovanni al termine se la ride dal profondo dell’inferno in cui il Commendatore l’ha spedito per una tragica vendetta. Un inferno attrezzato però di belle donne, di spiriti dannati, che in fondo tanto dannati non sono, se a sorvegliarli vi è un bellissimo angelo infernale in fattezze femminili, che Don Giovanni non tralascia pure di corteggiare. Meglio di così, non si può: muoiano sulla terra chi ha cercato una vendetta, chi ha tradito, chi oltraggiato, chi raggirato!

Ne è uscito un prodotto abilmente confezionato, focalizzato sulle scenografie digitali trasportate in bella modalità video mapping, nella sapiente arte degli scenari dipinti. In tale modo i tratti dell’opera prendono forma sotto gli occhi dello spettatore, in un gioco di forme e di colori che recupera alcune architetture palladiane, strizzando un occhio deciso al film Don Giovanni di Joseph Losey (proiettato al Filarmonico il giorno prima), e con l’altro, in apertura, ad ambientazioni fumettistiche stile Dylan Dog. Una regia non sempre collocata nel tempo e nello spazio del libretto, di cui Stinchelli non sembra preoccuparsene, amplificandola invece con i costumi coloratissimi prodotti dall’esperienza di Maurizio Millenotti, già collaboratore di Zeffirelli nel Don Giovanni delle stagioni areniane del 2012 e del 2015, che emergono dalle tinte oscure di base delle scenografie.
Se l’operazione registica ha messo in salvo la produzione, la realizzazione musicale curata da Francesco Lanzillotta lo è a maggior ragione. Quella del direttore romano può infatti dirsi connotata da una linea di lettura di grande incisività interpretativa, che ha dato luogo ad un ottimo coordinamento tra buca e palcoscenico. Vedi il complicato e affollatissimo finale del secondo atto. Una lettura spesso ariosa, dai colori lucidi e brillanti, quasi senza peso, eppure pervasa da un’energia vitale, una forza degli istinti, una razionalità che riesci sempre a distinguere, ma che stanno però cementate assieme, ciascuna fornendo nutrimento all’altra.
Tutti i protagonisti in scena si sono commisurati in modo equilibrato con la scrittura mozartiana. Il basso Cristian Federici (sostituiva il celebre russo Ildar Abrazakov “tagliato” per le note posizioni filo putiniane) ha una voce ampia, ben timbrata di autentico basso, assai sciolto scenicamente e preciso musicalmente nel cercare di esprimere le sue incertezze nobili e positive, anche se non formalmente incluse nel ruolo. Bravissimo a definirne la personalità egocentrica, pur non narcisistica del cavaliere, che va dritto per la sua strada e non si lascia coinvolgere da alcuna visione sovrannaturale, pur sapendo che un giorno dovrà farci i conti.
Ottimo per la gestione del suo ruolo Paolo Bordogna, un Leporello solidissimo vocalmente e straordinariamente incisivo, essenziale, totalmente privo di macchiettismo. L’accento è di incredibile perfezione perché frutto di una articolazione che ha una forza ed una certa originalità, non meno che debordante. Un servo che si sottopone a tutte le angustie cui Don Giovanni lo comanda e che ne fa il doppio perfettamente nello scambio dei costumi, con ironica, ma malcelata invidia.
Bravo nel suo aplomb pure il Don Ottavio del tenore uruguaiano Edgardo Rocha, messo a dura prova dai tempi leggermente allargati delle sue arie, come il “Dalla sua pace”, risolte però con pertinenza stilistica ed ottima emissione. Il timbro non è bellissimo, ma le note alte sono sicure e sonore. Sa fraseggiare con una certa facilità e si attesta fra i migliori don Ottavio oggi in circolazione. Benissimo le tre donne, con la Donna Elvira di Marta Torbidoni, dalla voce scorrevole e ben proiettata, venuta a capo con onore della sua temibile aria del secondo atto “Mi tradì quell’alma ingrata” che ha ricevuto il più lungo applauso della serata. Per Elisa Verzier (ha degnamente rimpiazzato all’ultimo minuto Gilda Fiume come Donna Anna) si è trattato di un bel rientro, decretato dalla nobile bellezza del suo timbro, sottolineato con vivi applausi specie dopo la sua temibile aria “Non mi dir, bell’idolo mio”. Altro bel esordio, quello della giovanissima canadese Emma Fekete, una Zerlina trepidante e musicalissima, spiritosa ed ammiccante, unitamente al fresco e baldanzoso Masetto di Alessandro Abis, abili entrambi nel risolvere in scena e nel canto i loro litigi e le ricomposizioni di coppia. Sufficientemente autorevole il Commendatore del basso georgiano Ramaaz Chikviladze.

Il coro è sempre puntuale e pure partecipe alla scena, nell’istruzione minuziosa di Roberto Gabbiani, mentre l’orchestra areniana si è mirabilmente destreggiata con estrema pulizia e precisione sotto la bacchetta di Francesco Lanzillotta. Successo al termine con punte addirittura trionfali per il ben assortito cast e per gli otto giovanissimi figuranti, primo contingente del futuro coro di voci bianche della Fondazione a cui è stato concesso di farsi pure un selfie durante la rappresentazione dell’opera. Qualche dissenso del pubblico al regista Enrico Stinchelli che non abbiamo compreso.
