(Angelo Paratico) Il furto della Gioconda da parte dei francesi non è mai accaduto, perché il quadro fu acquistato da re Francesco I, pagandolo una cifra notevole. I quadri descritti da Antonio De Beatis quando entrò nello studio di Leonardo, il 10 settembre 1517, ad Amboise assieme al suo patrono, il Cardinale D’Aragona, non appaiono nel testamento del maestro fiorentino. Leonardo morì il 2 maggio 1519 e conserviamo una copia di tale documento (l’originale è andato perduto a Firenze) e fra questi quadri stava una figura femminile nota come la Gioconda o la Monna Lisa.
Nel 1990 Janice Shell e Graziano Sironi scoprirono nell’archivio di Stato di Milano il testamento del suo allievo prediletto, Gian Giacomo Caprotti da Oreno, detto il Salaì. Costui, nel 1518, un anno prima della morte del Maestro, era ritornato a Milano dove si prese moglie ma nel 1523 morì, forse a causa di una lite con dei soldati francesi, che gli tirarono un colpo di balestra o d’archibugio. La sua turbolenza e infingardaggine avevano affascinato il suo maestro quando, ancora ragazzino, lo aveva preso a bottega a Milano.

L’eredità del Salaì fu divisa fra le sorelle e la moglie. Questa si rivelò cospicua: abiti di lusso, pietre preziose, oggetti e una serie di dipinti. La stima e la descrizione di questi oggetti, in un documento datato 1525, indica una chiara provenienza leonardesca. Troviamo una Leda, una Sant’Anna e un certo dipinto di un “Quadro de una donna aretrata” per la quale nell’interlinea si specifica “dicto la Honda”, linea barrata e poi corretta in “dicto la Joconda”.
Per la prima volta questo curioso nome appare in un documento e la stima posta accanto è altissima: 100 scudi e 555 soldi.
La cifra della stima di 100 scudi “ecus de soleil” equivale a circa 350 grammi d’oro puro. Per quanto riguarda i 555 soldi, basti notare che il funerale della madre di Leonardo, in pompa magna e con due preti, vino e candele, gli era costato 123 soldi.
Un nuovo documento, datato 1531 (scoperto nel 1998 nell’archivio di Milano), indica che una delle sorelle di Salai, chiamata Lorenzuola, cedette una “Ioconde Figuram” a un tal Ambrogio da Vimercate, ma questa ha un prezzo piuttosto basso, ma era sempre la stessa Gioconda o una copia?
L’affare diventa ancora più complesso notando che in Francia nel 1999 emerse un documento nel quale si dice che il tesoriere reale aveva pagato al Salai ben 2604 denier tournois (lire tornesi) d’argento poco prima della sua partenza per Milano, per “qualques tables de peintuire”. Forse erano altri quadri di Leonardo e Salaì si tenne la Gioconda.
Dunque, la Gioconda era tornata a Milano nel 1518 assieme al Salai, e il Salai s’era portato appresso anche una copia della stessa, forse quella che oggi ammiriamo a Madrid al Prado? Ma alla fine ricevette il pagamento per la Gioconda originale da re Francesco I, grande ammiratore di Leonardo, a tal punto che spirò fra le sue braccia.

Nel 1518, con 120 lire tornesi si acquistava un moggio di grano (circa 2 quintali) quindi 2604 lire equivalevano a circa 4 tonnellate di grano. A quel tempo il rapporto oro contro argento era ancora di 1 a 10. Dunque, la cifra maggiore è quella che risulta pagata dal re di Francia mentre la bassa stima per la Joconda di Milano ceduta dalla sorella del Salaì, evidentemente indica una copia che fu ceduta a quell’Ambrogio da Vimercate.

