(Simone Vesentini*) Tra pochi giorni Verona tornerà a raccontarsi al mondo attraverso il suo ambasciatore più carismatico: l’Amarone della Valpolicella. Con Amarone Opera Prima -in programma dal 31 Gennaio al 1 Febbraio presso le Gallerie Mercatali di Verona Fiere – non va in scena soltanto la presentazione di una nuova annata, la 2020, ma un modo di essere, di lavorare e di stare sul mercato che appartiene profondamente alla nostra identità. Perché l’Amarone è un narratore liquido che porta il nome di Verona nei calici di New York, Londra, Tokyo o Zurigo.

La sua nascita ha il sapore delle cose vere, di quelle che non nascono a tavolino. Ha l’eco di quella botte di dolce Recioto dimenticata che continuò a fermentare, diventando “secca” quasi per errore. L’intuizione di chi capì che quel vino amaro non era un difetto, ma una nuova, straordinaria possibilità, è la stessa che oggi anima il nostro tessuto economico. Dagli anni ’50 a oggi, l’Amarone ha costruito una reputazione planetaria con il passo lento di chi sa che certi territori parlano solo a chi sa ascoltarli.
Oggi il sistema Valpolicella è un motore che muove oltre 60 milioni di bottiglie per un valore che sfiora i 600 milioni di euro. Con più del 60% della produzione destinata all’export, l’Amarone è il nostro vessillo globale.
Eppure, viviamo un paradosso singolare: mentre i visitatori stranieri, i grandi appassionati della cucina italiana, arrivano a Verona cercando l’Amarone chiedendone con entusiasmo e curiosità, noi veronesi un pò lo “snobbiamo” quasi fosse un monumento troppo ingombrante da godere: troppo alcolico, troppo intenso, troppo impegnativo per una cena informale.

È un peccato, perché così facendo ci priviamo di un pezzo di veronesità autentica! La sfida dei produttori oggi è quella di scolpire l’eleganza dentro la potenza, rendendo l’Amarone un vino capace di dialogare con la modernità. E noi come ristoratori abbiamo il compito di mediare questo incontro.
A rendere indissolubile questo legame è la tecnica della messa a riposo delle uve, una pratica antica e meditativa, oggi candidata a diventare Patrimonio Immateriale UNESCO, il riconoscimento di un sapere collettivo. Se questo traguardo verrà raggiunto, non sarà una medaglia ma la responsabilità di custodire una tecnica ed un “saper fare” che sono linfa della nostra economia reale.

In questo contesto, Amarone Opera Prima non è una semplice vetrina per addetti ai lavori. È l’occasione per Verona di rimettersi al centro del racconto. Il mio auspicio, da chi il vino lo versa e lo racconta ogni giorno, è che i veronesi tornino a innamorarsi del loro re.
Provate a riscoprirlo chiedendo al vostro oste di fiducia di servirlo un pochino più fresco, intorno ai 16-17 gradi, per esaltarne piacevolezza e freschezza aromatica.
Volere bene all’Amarone, in fondo, è un modo per volere bene a noi stessi e alla nostra città. È il miglior augurio che possiamo farci: ritrovarci attorno a un tavolo e riscoprire, finalmente, il sapore profondo di casa nostra.
*Referente Fiepet Confesercenti Verona
