Un francobollo del regime fascista dal messaggio mai chiarito
(Fernando Platania) Sul portale d’ingresso nei campi di sterminio nazisti era collocata, come a tutti noto, la tragica e sadica frase “arbeit mach frei”. Anche nel più grande e più funesto di essi, Auschwitz- Birkenau, v’era, sopra l’entrata, lo stesso motto iscritto all’interno di una struttura in ferro che richiamava, ancor più sinistramente, un nastro simile a quelli che si mettono sulle corone di fiori. Tuttavia, l’insegna di Auschwitz presentava una particolarità che la rendeva unica; la B di arbeit era capovolta, con l’occhiello superiore più grande di quello inferiore.
Sappiamo chi fu il fabbro, Jan Liwacz; ne conosciamo il volto ed il numero di matricola tatuato sul braccio sinistro; sappiamo che era un prigioniero politico polacco e sappiamo anche che durante la prigionia fu spostato in un altro campo di concentramento e che, infine, fu liberato dopo la sconfitta della Germania nazista. Morì in Polonia nel 1980 ad 81 anni.
Quella B capovolta negli anni del dopoguerra è stata più volte assunta a simbolo della resistenza contro la barbarie; la scultrice francese Michèle Dèodat ha riprodotto la lettera rovesciata, oramai per tutti la B di Liwacz, facendone un monumento che è stato esposto dinanzi al Parlamento europeo di Bruxelles e poi a Berlino.
The US flag code, che costituisce il regolamento statunitense per l’esposizione della bandiera americana, al paragrafo 8, prevede che essa debba essere issata con le stelle dell’unione in basso quando si voglia segnalare un estremo pericolo per la vita e per le proprietà di coloro che, civili o militari, la espongono.
Il verlan, basato sull’inversione delle sillabe di cui sono composte le parole e che è diventato un linguaggio comune tra i giovani francesi (nato nelle periferie ma poi diffusosi tra tutti i ragazzi delle città), racconta una storia di disagio e di protesta non dissimile da quella da cui è nata, nelle periferie emarginate delle città americane, la cultura hip hop della break dance, dei graffiti e del rap.
Capovolgere lettere, parole, simboli o in qualche modo modificarli è diventato, quindi, una modalità condivisa per attirare l’attenzione o manifestare dissenso, come nel segnale internazionale di richiesta di aiuto contro la violenza rappresentato dalla chiusura del pugno della mano con il pollice all’interno delle dita anzichè all’esterno.
Nell’ottobre 1933 si tennero a Torino i giochi universitari internazionali, oggi più noti come Universiadi. Anche nel 2025 si è tenuta a Torino l’ultima edizione dei giochi invernali degli universitari, competizione spesso ad altissimi livelli pur essendo rivolta ad atleti non professionisti.
Le Poste italiane decisero di celebrare l’evento con l’emissione di un francobollo (esattamente come è accaduto in molte altre circostanze simili e da ultimo per le competizioni del 2025).

L’obelisco del Foro Mussolini
Solo l’anno prima era stato inaugurato a Roma il Foro Mussolini, un vasto complesso di impianti sportivi oggi costituenti il Foro Italico; nel sua ambito c’è lo Stadio Olimpico, all’epoca chiamato Stadio dei Cipressi ( dove si sono tenute le gare di atletica dei giochi olimpici del 1960 e dove normalmente giocano le squadre romane di calcio); lo stadio dei Marmi, pista di atletica coronata da statue che rappresentano atleti di tutti gli sport in stile greco-romano e che molti oggi vorrebbero, giustamente, intitolare alla memoria di Paola Pigni, grande mezzofondista italiana; una straordinaria e bellissima piscina coperta con mosaici di notevole valore artistico rappresentanti nuotatori; la sede dell’Isef; le piscine olimpioniche scoperte ed anche i campi di tennis dove si giocano gli Internazionali d’Italia.
Ma il monumento simbolo dell’intera struttura era ( ed è anche oggi, perché rimasto assolutamente immutato) l’obelisco di marmo costituito da un unico monolite di 17,5 metri innalzato su un piedistallo che porta la struttura all’altezza complessiva di oltre 31 metri.
Sull’obelisco compare in verticale, dall’alto verso il basso, scolpito in caratteri grandissimi e visibilissimi MUSSOLINI e nella base (con caratteri più grandi) DUX.

La realizzazione dell’intero complesso, ma specificatamente di quella dell’obelisco ( che era formato dalla più grande pietra mai scavata, fatta di purissimo marmo di Carrara senza alcuna venatura) fu ampiamente seguita dalla propaganda dell’epoca; le fasi del taglio, quella pericolosissima del trasporto dalle cave di montagna al porto di Carrara ( realizzata attraverso l’impiego di 60 coppie di buoi secondo la tradizionale tecnica della lizzatura), il trasporto in mare e poi la risalita lungo il Tevere furono ampiamente seguite dai cinegiornali; ancora oggi, su youtube, è possibile vedere il resoconto curato dall’Istituto Luce dell’inaugurazione del monumento.
Si trattava, insomma, di un’opera simbolo del fascismo destinata a celebrare in stile letteralmente faraonico il suo capo.
Il francobollo
Poiché il monumento era stato inaugurato da poco, quale modo migliore poteva esserci per celebrare le Universiadi che si tenevano in Italia, se non con un francobollo che riproducesse proprio l’obelisco del Foro Mussolini?
Ed, infatti, questa fu la scelta fatta dalle Poste. Il Regio decreto 26 ottobre 1933 n. 1532 denominato “Descrizione tecnica dei francobolli commemorativi dei Giuochi Universitari internazionali di Torino” disponeva che i quattro francobolli di cui era composta la serie, di diverso valore e colore, stampati con il sistema fotocalcografico, su carta filigranata (con il disegno di una corona) aventi misura di millimetri 21 x 37 dovessero avere come disegno “il monolite del Foro Mussolini, con la iscrizione, dal basso verso l’alto, DUX MUSSOLINI e della statua del calciatore”
Il decreto era firmato dai ministri responsabili Ciano e Jung, controfirmato dal guardasigilli De Francisci, registrato presso la Corte dei Conti il 20 novembre 1933.
Due parole di ricordo merita uno dei ministri proponenti: non tanto Galeazzo Ciano, genero del regime come veniva definito dagli italiani, che all’epoca era sottosegretario alla stampa ed alla cultura, ma Guido Jung, imprenditore siciliano di origine ebraica, che aveva iniziato ad occuparsi di politica negli anni precedenti alla prima guerra mondiale, essendosi schierato in favore dell’intervento a fianco dei franco-britannici, con una vasta esperienza estera, avendo anche lavorato a lungo a Londra.
Jung è stato uno dei principali artefici, anche se oramai dimenticati, di quella difficile stagione di difesa delle imprese e delle banche italiane che fece seguito alla grande crisi del ‘29, operata con successo e con un modello unico al mondo, attraverso la fondazione dell’IRI, immaginata da Bonaldo Stringher, uomo di cultura liberale, Governatore della Banca d’Italia, strenuo difensore dell’autonomia dell’istituto di emissione, realizzata concretamente proprio da Jung in qualità di Ministro responsabile dell’economia, diretta da quel grande dirigente pubblico, di cultura socialista, che fu Alberto Beneduce.
La scritta ‘DUX’ rovesciata, dal basso verso l’alto
Il monolite ha l’iscrizione di MUSSOLINI DUX scritta dall’alto verso il basso. Anche nel giapponese, che è scritto prevalentemente in verticale con colonne che va vanno da destra verso sinistra, i caratteri sono sempre dall’alto in basso.
Senonchè, il francobollo ha il nome di Mussolini ( e dux) scritto dal basso verso l’alto.
Perché tale rilevantissima differenza?
Innanzitutto, occorre chiarire che l’emissione di un francobollo è l’esito di un complesso processo che implica una fase di preparazione, l’individuazione del soggetto, la realizzazione di varie proposte di bozzetti, prove di stampa, identificazione dei colori, la scelta del modello da trasferire nella stampa ed, infine, la realizzazione dell’incisione; si tratta di un processo che richiede, quindi, diversi passaggi, il controllo e la valutazione, anche di carattere estetico, di molti funzionari e, naturalmente, tempo. Quindi, il decreto ministeriale dell’ottobre 1933 che prescriveva che il nome di Mussolini fosse scritto dal basso verso l’alto giunse quando tutte queste fasi erano state già concluse ed il bozzetto definitivo già approvato da tutte le autorità preposte.
Amedeo Pesci
E’ certo che chi preparò il bozzetto aveva avuto modo di vedere direttamente l’obelisco o quantomeno delle foto, perché il disegno è riproduzione fedele ( con eccezione della scritta) dell’obelisco e della statua del calciatore che si trova allo Stadio dei marmi. Anzi, come recita il regio decreto, tutto il bozzetto si fonda sul sistema fotocalcografico attraverso il quale si trasforma una foto in una stampa riproducibile. L’autore del bozzetto fu Amedeo Pesci su cui non sono stato in grado di reperire altre notizie se non che fu il disegnatore di un successivo francobollo della serie “Fratellanza d’armi” del 1941 che raffigurava i profili, l’uno rivolto verso l’altro, di Mussolini ed Hitler sopra la frase: due popoli una guerra.
Amedeo Pesci fu pure il bozzettista di francobolli emessi da San Marino nel 1942 che celebravano la ricollocazione della bandiera italiana e di San Marino sulla Torre dell’isola di Arbe, oggi in Croazia, occupata dalle truppe italiane durante la guerra ( e nel cui territorio fu costruito un campo di concentramento) e che veniva individuata come patria di origine di Marino, il Santo al quale la tradizione fa risalire la fondazione della Comunità stanziatasi nel settembre 301 sul monte Titano per sfuggire alle persecuzioni contro i cristiani dell’imperatore Diocleziano.
Anche i francobolli realizzati dal Pesci, dopo quello celebrativo dei giochi di Torino, avevano, quindi, un significativo valore propagandistico ma ciò non può necessariamente dimostrare un’adesione del disegnatore al messaggio politico contenuto nelle opere, soprattutto se si considera che la scelta del Pesci, quale bozzettista, potrebbe essere stata determinata dall’abilità di rielaborare, in forma di disegno per francobolli, l’immagine di una foto.
Non riesco ad individuare alcuna ragione tecnica per la scelta di scrivere al contrario differentemente dall’obelisco; la visibilità del nome Mussolini era sostanzialmente garantita (e forse di più), pur nelle ridotte dimensioni del francobollo, se fosse stato scritto come nell’originale; negli stessi obelischi egiziani, i geroglifici sono ordinati dall’alto verso il basso. E’ vero che le colonne Traiana e di Marco Aurelio a Roma hanno, invece, un andamento a spirale dal basso verso l’alto ma sono appunto colonne ( a sezione circolare) e non obelischi (a sezione quadrata rastremata) che non contengono parole e che raccontano, a mo’ di fumetto ed in modo continuo, rispettivamente la conquista della Tracia e le gesta di Marco Aurelio.
Il senso che deve avere la scrittura posta sul dorso dei libri (quando lo spessore del libro non consenta di scrivere il titolo orizzontalmente) è oggetto di varie prassi. In genere si privilegia la scelta di scrivere il titolo sul dorso partendo dal basso verso l’alto ( ma sempre con le parole scritte in linea e quindi da sinistra verso destra) perché sarebbe più naturale piegare a sinistra la testa per leggere i volumi riposti verticalmente negli scaffali; spesso, tuttavia, le case editrici stampano il titolo (sempre con le parole in linea) dall’alto verso il basso perché così il titolo è facilmente leggibile quando il volume è poggiato su un piano con la prima pagine della copertina in vista.
In altri francobolli, pure emessi nella stessa epoca, non si rinvengono simili anomalie; in quello celebrativo del XIV centenario della fondazione dell’Abbazia di Montecassino del ’29, l’invocazione intorno alla figura di San Benedetto ha, a sinistra, andamento dal basso verso l’alto ed a destra, dall’alto in basso ma sempre con le parole in linea ( come accade nel dorso dei libri). Nel francobollo del 1935, celebrativo dei Littoriali, nei valori di 20 e 30 centesimi sulla destra la parola Littoriali è scritta in colonna dall’alto verso il basso ( come nell’obelisco).
La scelta di scrivere le singole lettere dal basso verso l’alto, se non risponde ad alcuna ragione tecnica o storica, non sembra neppure facilmente attribuibile ad involontarietà o sbadataggine ( a prescindere dalla necessariamente alta professionalità richiesta per la realizzazione di un bozzetto per francobolli) dal momento che è del tutto innaturale una tale forma di scrittura per la lingua italiana ( e forse per tutte le altre lingue del mondo) e che non corrisponde neppure all’originale riprodotto per tutto il resto.
Si può, dunque, pensare ad un singolare (e coraggioso) gesto di fronda?
La satira durante il Fascismo
Anche durante il fascismo, sfottò, prese in giro, ironie e veri e propri sberleffi di gerarchi e del regime non erano affatto infrequenti.

Se il bersaglio preferito della satira, più o meno manifesta, era soprattutto l’odiatissimo (anche dagli altri gerarchi) Achille Starace, segretario del partito, inesauribile inventore ( ma forse sotto dettatura) di fascistissime prescrizioni inutili ( dare del voi, non usare la stretta di mano, imporre l’uso del grezzo orbace, o italianizzare in modo ridicolo parole e nomi di origine straniera) che non portavano ad altro risultato che spazientire gli italiani ( e che può essere stato il modello al quale si ispirarono Luciano Salce e Ugo Tognazzi ne “ Il Federale”), anche Mussolini non era certo esentato dall’ironia degli italiani.
Leonetta Cecchi Pieraccini, eccellente pittrice e ritrattista della Scuola Romana, (madre di Suso Checchi D’Amico, nota sceneggiatrice di film italiani di grandissima importanza del dopoguerra ) racconta nei suoi diari che Vittorio Scialoja, avvocato, già Ministro con grandi responsabilità in vari governi, era stato incaricato da un suo cliente di perorare presso Mussolini un certo affare; Scialoja nell’accettare l’incarico disse che l’avrebbe fatto quando avesse colto Mussolini in un momento di lucido intervallo. Mussolini, che evidentemente poteva contare su informatori ad ogni livello, nel riceverlo cortesemente, lo invitò ad illustrare la richiesta, aggiungendo che in quel momento si trovava in una fase di lucido intervallo! Anche in altri appunti la pittrice racconta di barzellette che circolavano sul duce.

In realtà Mussolini, come dimostra l’aneddoto, non temeva l’ironia innocua, potendo contare sull’adesione massiccia degli italiani al regime almeno fino alla guerra di Spagna quando l’intervento in quel conflitto ( che faceva quasi immediato seguito alla guerra di Etiopia) apparve a molti come il preludio di più gravi e pericolose avventure a fianco di un alleato che non suscitava alcuna simpatia. Anche l’attività di Leopoldo Zurlo, capo dell’Ufficio censura del fascismo, occhiuta ma non feroce, almeno fino alla guerra, dimostra che il regime lasciava qualche piccolo spazio alle battute degli italiani.
Ed, infatti, il campo in cui si manifestò con più costanza una velata critica al regime fu proprio quello dello spettacolo. La satira su Nerone di Petrolini, che non mancava di stigmatizzare anche l’incondizionata e adulante ammirazione del popolo, è famosissima e assai corrosiva evocando, con un’inquadratura dal basso o solo laterale per evitare di essere troppo espliciti, il balcone di palazzo Venezia, nonché i gesti e l’oratoria di Mussolini.
La satira sotto il regime ( anche nei pochi giornali umoristici esistenti) si nutriva di sottintesi, allusioni velate ed allegorie nascoste, però, chiarissime ad un pubblico, abituato alla censura, che sapeva cogliere anche le sfumature più sottili.

Richiamo, ad esempio di tutto ciò che è stato scritto sull’argomento, il saggio di Miguel Gotor, “L’Italia del 900” che, parlando degli anni del consenso, ricorda le canzoni della Fronda “in cui, fra le righe e grazie al nonsense o ambiguità dei testi, si alludeva ironicamente ai vizi del regime o ai dissoluti costumi di alcuni gerarchi fascisti”. Lo storico inserisce tra queste canzoni anche le celeberrime “Un’ora sola ti vorrei”, “Pippo non lo sa” e “Maramao perché sei morto” (allusione alla scomparsa di Costanzo Ciano, padre di Galeazzo) alle quali devono aggiungersi “E’ arrivata la bufera” del grandissimo Renato Rascel ( diventato, suo malgrado, Rascele in ottemperanza alle prescrizioni sulla italianizzazione dei nomi) e “Crapa pelada” di Gorni Kramer.
E’ impossibile dire come sono andate veramente le cose e se soprattutto quel francobollo manifestava realmente un segno di dissenso. Tutti i protagonisti di quella vicenda non ci sono più da tempo e non ho reperito neppure altre fonti che facessero riferimento alla singolare vignetta del francobollo.
Certo, appare sorprendente che nessuno dei molti funzionari che hanno avuto modo di occuparsi dell’emissione abbia mai notato la stranezza. E’ probabile, tuttavia, che per tutti costoro la realizzazione del francobollo rappresentasse soltanto un’attività di mera routine alla quale non dedicare alcuna particolare attenzione; e proprio sulla burocratica indifferenza potrebbe avere contato l’autore (chiunque sia stato) della scelta quasi profetica, se si pensa a ciò che sarebbe accaduto solo dodici anni dopo, di scrivere al contrario il nome di Mussolini.
Il Gronchi rosa
E’, anche, vero che dopo l’emissione del francobollo e la sua diffusione non era interesse di alcuno fare emergere l’errore; non dei funzionari delle Poste e nemmeno di Ciano che il decreto aveva firmato. Ed, infatti, all’emissione non seguì alcuna nuova stampa come, invece, accadde al più famoso francobollo italiano, il Gronchi rosa, che dopo essere stato diffuso in alcune migliaia di esemplari che raffiguravano erroneamente i confini del Perù, fu oggetto di una nuova emissione, oppure alle 500 lire di argento il cui primo conio aveva le bandiere sui pennoni delle caravelle che sventolavano controvento e che fu subito corretto (facendo balzare alle stelle il valore degli esemplari errati).
Il francobollo che commemora i giochi di Torino del 1933, pur presentando oggettivamente un errore, non ha, invece, alcun valore filatelico ed ancora oggi si può acquistare per pochi euro.
Devo aggiungere, in conclusione, che mio padre, da cui ho appreso la storia, appassionato filatelico, nato nel 1919 e che passò l’intera giovinezza sotto il fascismo e che nel 1941 fu mandato a combattere, era assolutamente convinto, ancorchè non avesse documenti, testimonianze od altri elementi che potessero confermarlo, che il francobollo contenesse un messaggio di derisione del fascismo e del suo capo soprattutto perché parlava, per così dire, lo stesso linguaggio allusivo e criptico della satira al regime, riconoscibilissimo agli italiani dell’epoca.
Ma per dare una soluzione definitiva a questo enigma di 7,77 centimetri quadrati si dovrà aspettare che qualcuno, incuriosito dalla vicenda, approfondisca la storia nascosta di questo francobollo.
