(Maria Grazia Bruno Avola“Estremi bagliori del tramonto” è il titolo della raccolta poetica che comprende il periodo 2010-2024 di Sebastiano Saglimbeni e pubblicata da Scripta Edizioni nel 2025.  Nella prefazione Agostino Cantò, in un commento alle poesie, così si esprime “Un richiamo ai ricordi lontani. E’ un dire antico, salvato dalla tua storia, dalle tue storie.”

La poesia di Saglimbeni è una ininterrotta e profonda conversazione con se stesso e con i classici, in particolare i lirici greci, dai quali raccoglie il verso e ne fa un uso nell’antica accezione di un sapere che, nel momento stesso in cui si dispiega, rimanda a se medesimo, come nei versi della poesia “A caldo” (Se tu avessi con trasporto colto / versi della tua gente attempata / orba di scuola, avresti salvato / dalla tua terra contadina / un po’ di oralità saggia efficace[…]) il poeta parla con se stesso per ritrovare la propria esperienza soggettiva nella esperienza poetica.

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Uomo di cultura, il Professore ha una camminata lenta ed elegante, gli occhi scuri e accoglienti, così lo ricordo quando lo incontravo nelle belle piazze di Verona o nei caffè storici della città in cui ha scelto di vivere. Si informa, ascolta con attenzione e fa cenni di assenso, eppure, nel porsi, aleggia qualcosa che porta oltre il tempo presente. La Magna Grecia vive nel fondo dell’animo del poeta-scrittore Saglimbeni e per lui, come per altri scrittori siciliani, ritengo valido un passo di Gesualdo Bufalino “impossibile per uno scrittore siciliano non scrivere della Sicilia”.

Nella raccolta poetica sempre viva la classicità

Per il poeta, le opere dei grandi maestri dell’immortale periodo greco-latino sono vive in noi e da sempre hanno ispirato e indicato la strada all’umanità, senza tuttavia dare risposte definite agli interrogativi etici che la contemporaneità ci pone. Così fa amichevolmente conversare Mimnermo con Solone nella poesia “Rode la tarda età” (Come scarlatte foglie gli anni in fiore, / espressione di un tempo. Invero rode la tarda età. Morire agognava / Mimnermo […]) E il poeta fa rispondere Solone (“[…] E invecchio imparando / molte cose.”).

Mimnermo è il primo poeta nei cui versi troviamo il tema della giovinezza che passa, del triste irrompere della vecchiaia. Eppure, nel suo verso, Saglimbeni non si lascia sedurre dalla malinconia e dal rammarico di un tempo passato; va incontro al tempo, istante-eternità che disintegra, decompone inflessibile e crudele, come nei versi di “Vegliardi” (Vino che aggrava le cineree teste / di vegliardi giallognoli e risate / tra il fumo di un’antica osteria; / lontane le godurie e nel ricordo / o nel sogno quell’organo inquieto.).

Da questo processo di osmosi, scambio con la latinità e grecità classica, la poetica di Saglimbeni vuole restituire una poesia e un pensiero che pongano domande alla contemporaneità e, in una dimensione virgiliana governata dal verso-ritmo, balenano e si dissolvono apparizioni. L’apparizione per Saglimbeni è necessaria e naturale. È poeta senza indugio, usa la materia verbale con lieve sobrietà, mentre il tono che vivifica l’aforisma diventa discreto.

Le parole assumono un suono interiore e l’uso appropriato, nel loro significato poetico, fanno affiorare inaspettatamente immagini che creano emozioni in chi legge. Nel modo in cui le usa, all’inizio sembrano creare soltanto un’impressione neutra, via via le innovazioni non clamorose, eppure radicali, della metrica, della lingua, portano la sensibilità del lettore a vivere in un continuum. Si legga per esempio “In Terre perdute” ([…] dove si alleggerivano le donne / dei grevi fasci di legna. / Giumella, poi, facevano per bere/detestando in dialetto l’esser vile.).

Gesto antico quello delle lavoratrici e lavoratori della terra che congiungono le mani per bere. Appartiene da sempre alla natura umana trovando espressione nel quotidiano, nella letteratura, nell’arte. Ricordiamo a tal proposito l’opera del pittore Giovanni Segantini “Contadina alla fonte” dove è raffigurata una contadina che beve facendo “giumella”.

Le presenze femminili non sono assenti nei versi del poeta anzi, rispecchiano un ideale pregno di malinconia e carico di sensuale richiamo, come nel “Canto al soleSole nel canto delle rosee donne / che, per i clivi, mondavano le erbe/ al sud-sud, in alto all’ Ionio. Con gli anni, “La ferita nel Nord” del giovane Sebastiano acquista un’intonazione leopardiana (Non delusione in chi è rientrato al paese può / annotare versi per l’anima densa delle ginestre, esplosa […] da “Ginestre al paese).La Sicilia ebbra di sole sulla marina vista da Limina. E’ l’immagine che più lo tenta. Il paesaggio del mito mediterraneo evocato ([…] evocavo le mie lontane epoche / vissute in alto alle acque dell’Ionio. […] Da” Estate, estate”).

Saglimbeni è questa estetica, appartiene a coloro che si ispirano ai classici non per riesumare motivi estetici quanto per trarre gli elementi più profondi e più fecondi per ulteriori sviluppi universalmente validi. Il suo sguardo scorre sull’evolversi storico e sulla nuova solitudine alienata dell’individuo, cercando una via di salvezza ([…] “Vai all’indietro” mi dirai / Gabanizza “con i ragazzi oggi sapienti / con quel frequente aggeggio fra le mani.” […] da “Profumo di poesia”). Da questa poesia, da questo profumo di poesia, il poeta Sebastiano Saglimbeni continua a donare una lezione e una speranza anche alle nuove generazioni.