Il distacco dal territorio alla base della crisi non solo dell’Hellas, ma di tutto il calcio italiano
( p.d.) Verona-Hellas. Parliamoci chiaro. Ormai la B è sicura. A meno di qualche miracolo. Ma i miracoli, proprio perché tali, non si ripetono tutti gli anni. Una retrocessione che dipende solo dalla società, la Presido Investors, fondo Usa che, non si è mai capito bene perché, ha rilevato il Verona da Setti. Invece di investire e rafforzare la squadra, approfittando della professionalità del direttore sportivo Sean Sogliano, la nuova proprietà ha operato creando difficoltà sia a lui che all’allenatore Paolo Zanetti, che è stato licenziato
Dopo il mercato invernale la situazione anziché migliorare è peggiorata. Inutile star lì a fare i conti in tasca alla ‘Presidio’. Il loro progetto evidentemente non coincide né con i desideri dei sostenitori dell’Hellas, né con gli interessi del club. A questo punto non serve andare a sindacare su come hanno operato sul mercato o sulle scelte tecniche. Bisogna rivolgere l’attenzione a monte.
E qui il discorso inevitabilmente s’allarga al fenomeno, non solo veronese, della proprietà straniera delle società di calcio, effetto del disinteresse di molti imprenditori italiani d’investire nel calcio. Inutile qui analizzare le motivazioni di questa scelta. Ci limitiamo a prenderne atto. Verona non fa eccezione. Anzi, il rifiuto degli imprenditori veronesi di prendere in mano la principale società calcistica della città è arrivato prima di molti altri, tanto che lo stesso Maurizio Setti, che ha tenuto la proprietà dell’Hellas per una decina d’anni, è emiliano.

In origine, agli albori dei campionati, le squadre erano sostanzialmente composte da giocatori del luogo, come delle micro-nazionali. Progressivamente la connotazione territoriale è caduta ed è stata portata alle estreme conseguenze, tanto che oggi quasi tutte le formazioni sono composte da giocatori stranieri. E poi ci si chiede perché la nazionale italiana è in crisi.
L’internazionalizzazione s’è estesa anche alle proprietà, con la separazione totale dei club dal loro tessuto sociale.

Il legame col territorio è rimasto solo con i tifosi, legati affettivamente alla maglia. Ma quanto potrà durare, vista la totale distruzione di ogni vincolo tra la società e il background geo-sociale? Per certi club, soprattutto i più grandi, il business per i fondi è ancora appetibile. Ma per le altre società?
L’azionariato popolare può salvare il calcio veronese. Ma anche quello italiano
E’ allora evidente che se si vuole salvare il calcio è necessario, prima d’ogni altro intervento, ristabilire un rapporto fra società e territorio. E preso atto che nessuno può obbligare un imprenditore a farsi carico del locale club, l’unico modo è quello dell’azionariato popolare. Questo in linea generale. Ma sopratutto vale per la situazione veronese.
In parole povere: se i veronesi vogliono controllare il destino della loro squadra possono fare solo una cosa: comprarsela. Certo non tutti sono appassionati al calcio. Ma una buona parte che lo è. E fra questi anche ‘tifosi’ ricchi, che senza comprarselo tutto, almeno un bel po’ di quote del Verona potrebbero prendersele.

Il progetto finanziario e la sua esecuzione sono roba da specialisti. Ma l’idea è quella. E fare di Verona un laboratorio per riportare il calcio al territorio potrebbe essere anche stimolante per ritrovare quella coesione sociale che si sta perdendo.
In alternativa bisogna rassegnarsi all’agonia.
