(Angelo Paratico) Mi è capitato fra le mani un vecchio libro di Leonardo Sciascia “A Futura Memoria (se la memoria ha un futuro)” pubblicato nel dicembre 1989 da Bompiani. Vi si parla del caso Tortora che Sciascia da subito (1983)  capì essere una grande bufala e intervenne di persona con il presidente Pertini (con il quale aveva pranzato al Quirinale qualche mese prima) mandandogli una lettera raccomandata con la quale gli rappresentava “La disastrosa stortura del caso Tortora con cui, già fin dal principio, era stato affrontato dai magistrati di Napoli che se ne occupavano”. Queste sue parole restano attualissime dopo le polemiche sull’istituzione di un giorno dedicato alle vittime degli errori giudiziari e alle soglie del referendum sulla riforma della Giustizia.

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Caro presidente,

circa un mese addietro, sul Corriere della Sera, ho pubblicato un articolo in cui non soltanto esprimevo la mia personale convinzione sull’innocenza di Tortora, ma cercavo di darne ragioni oggettive, al tempo stesso criticando l’eccessiva “irresponsabilità” di cui i giudici godono nel nostro paese e di cui ancora una volta prova il comportamento di quelli che a Napoli si occupano della camorra.

Che su ottocentocinquantasei mandati di cattura ben duecento avessero colpito persone che non c’entravano se non per sciagurata omonimia; che queste persone fossero state per giorni tenute in segregazione senza sapere di che cose le si imputasse, era già in avvio un fatto sufficientemente insopportabile alla coscienza e alla civiltà giuridica cui non dovremmo essere (e molto fermamente non siamo) estranei. Ma che dico, giorni? Su Repubblica del 25 settembre si dà notizia di quel povero marittimo di Eboli arrestato per omonimia e rilasciato dopo tre mesi. E mi si dice che in un paese campano una diecina di persone di uguale cognome sono state arrestate per trovarne una sola, accusata di appartenere alla camorra: fatto che appare incredibile; ma se vero il giudice capace di ricorrere a un tal provvedimento non merita il nome di giudice.

Purtroppo, tante ingiustizie consumate a danno, direbbe Manzoni, di gente “meccanica e di piccolo affare” ci sfuggono, sfuggono alla pubblica opinione. Ma il caso Tortora, per la popolarità da lui acquistata nella televisione, i giornali quotidiani lo prospettano alla coscienza di chi coscienza ha. La continua infrazione, da parte degli uffici giudiziari, del segreto istruttorio, mentre è nociva e si configura come una specie di diffamazione nei riguardi dell’imputato, ha di buono di permettere alla pubblica opinione di farsi, appunto, un’opinione. E io son convinto, caro Presidente, che tu viva in così cordiale afflato con la parte migliore del nostro popolo da sapere già come la pubblica opinione si muove intorno a questo caso. Così come credo non ti sarà sfuggita e la lettera del dottor Carlo Spagna a la Repubblica (24 settembre) e l’intervista di Adriano Baglivo a un magistrato non nominato pubblicata dal Corriere il 1° ottobre: e all’una e all’altra ha replicato, mi pare impeccabilmente, l’avvocato Dall’Ora. E riguardo all’intervista, là dove il magistrato sostiene che quella stampa che si è mossa a favore di Tortora l’ha fatto per scopi esclusivamente economici, desidero tu sappia che a proporre al Corriere di intervenire e aprire un dibattito sono stato io: ed è inutile dica quanta malafede e ridicolo ci sia nell’affermazione dell’interesse economico che io possa avere.

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Statua di Sciascia a Racalmuto

Nel mio articolo, paradossalmente proponevo che i giudici, prima di entrare in ruolo, venissero per almeno tre giorni detenuti in un carcere. Tu, presidente del CSM, il carcere l’hai lungamente provato. Ma mi permetto di dire che il trovarsi in carcere in nome di un’idea, per combattere una tirannia, per affermare libertà e giustizia, è condizione meno terribile che il trovarvisi, innocente, in un paese che la lotta dei migliori ha restituito alla democrazia, e cioè alla libertà e alla giustizia. A meno che democrazia, libertà, giustizia, non siano puri nomi: il che sarebbe, per noi, amarissima constatazione.

Confido molto, come ogni italiano che ha sentimento e ragione, in un tuo intervento. Calamandrei diceva che il presidente della repubblica è il custode della Costituzione. Io aggiungerei che è custode anche del buon senso e dell’intelligenza che non può non presiedere alla cosa pubblica.

                                                                                              Leonardo Sciascia

Il grande scrittore siciliano conclude amaramente notando che: “Non mi aspettavo che Pertini mi rispondesse di essere d’accordo e mi promettesse di intervenire nel senso che io auspicavo ma che almeno mi desse un cenno di aver ricevuto la lettera. Credevo di avere diritto a una sua risposta, come cittadino, prima che come scrittore e come persona che, un anno prima, era stata da lui accolta con tanta confidenza. Il più assoluto silenzio, invece. Del che debbo dire che sentii fortemente deluso oltre che offeso: ed ebbi da quel momento più risentito e negativo giudizio e nei riguardi di Pertini e nei riguardi di quel che accadeva nella amministrazione della giustizia”.

500px Enzo Tortora Portobello

Enzo Tortora subì un calvario giudiziario di tre anni e tre mesi. Fu condannato con prove risibili dalla Corte d’Assise di Napoli a dieci anni di carcere e poi fu assolto pienamente in corte d’appello, sentenza confermata in corte di cassazione. I magistrati che lo avevano condannato non subirono alcuna sanzione, ma fecero una buona carriera.

Sciascia conclude dicendo che il caso Tortora servì a dare agli italiani: “Il senso che i giudici potevano fare quel che volevano, distruggere una persona innocente nella reputazione e negli averi e, principalmente, privarla della libertà”: Socialisti e radicali promossero un referendum per rendere responsabili i giudici di tali grossolani errori, che fu votato dalla maggioranza degli italiani e venne poi vanificato in Parlamento.