(di Gianni Schicchi) Approda al Teatro Ristori L’Olimpiade di Antonio Vivaldi su libretto di Pietro Metastasio, per la prima volta in scena a Verona. La seconda opera lirica stagionale della Fondazione Arena – nell’occasione al Ristori per il Filarmonico occupato dai giochi olimpici – è certamente il miglior titolo per accompagnarsi al grande evento internazionale che ha coinvolto anche la nostra città. La produzione è quella collaudata proveniente dal Théâtre des Champs Elysées di Parigi, nella regia di Emanuele Daumas, con la scenografia di Alban Ho Van. I costumi sono di Marie La Rocca, le luci di Bruno Marsol, la coreografia di Raphaëlle Delauna, con la direzione orchestrale di un vero specialista: il milanese Giulio Prandi.
Titolo assolutamente dimenticato questa Olimpiade, almeno nella versione di Vivaldi, il libretto fu infatti musicato, com’era in uso nella musica barocca, da almeno altri settanta compositori, fra cui i più noti, Galuppi, Jommelli, Leo, Cimarosa, Pergolesi. L’opera debuttò il 17 Febbraio del 1734 al Teatro Sant’Angelo di Venezia, per essere poi presto messa da parte. D’altronde Vivaldi, per urgenze temporali, l’aveva composta come un “pastiche”, attingendo a piene mani da pezzi già concepiti per altre otto sue opere, tra cui proprio la Fida Ninfa su libretto di Scipione Maffei, che inaugurò nel 1732, come bene sappiamo, il Teatro Filarmonico.
Il libretto di Metastasio è ispirato a fonti complesse, con tratti abbastanza confusi, fatti di travestimenti, oracoli, figli perduti, amicizie e amori impossibili, col lieto finale in stile “opera seria”, dove al termine trionfa la saggezza di un principe illuminato. Insomma, per dirla tutta, un capolavoro di incomprensibilità ed un espediente in prosa di cui si perde spesso il filo. La musica che gli assegna Vivaldi è invece di grande varietà espressiva, dove non manca nemmeno la pateticità, in una versione delle sue più apprezzate per energia ritmica e colore orchestrale. Più che una vera opera lirica la potremmo definire un “pasticcio” musicale, come era in uso per quei tempi, con arie prese da altre opere, cui si aggiungevano poi i pezzi “forti” che ogni cantante aveva sempre con sé (le famose “arie da baule”), tirati fuori al momento giusto, a scapito di altre arie meno congeniali.
Il regista Emanuele Daumas ambienta la vicenda ai tempi delle Olimpiadi del 1936, dove già in apertura alcuni giovani si allenano in una palestra: un’idea simpatica assieme a quella del massaggio nella sauna durante il dialogo fra i due protagonisti, Aristea (mezzosoprano) e Megacle (controtenore), quest’ultimo atleta giunto per partecipare ai giochi. L’organizzazione scenica utilizza sipari decorati, qualche statua greca, vari attrezzi, un balcone sulla destra; nel secondo atto si immagina una sartoria dove si preparano le bandiere delle nazioni e nel terzo, il braciere di una grande fiaccola olimpica. Tutto accurato e ben fatto, non c’è che dire, ma dopo gli accenti iniziali, l’azione diventa sterile in un susseguirsi di arie e recitativi non realmente supportati da una vera drammaturgia.
Al di là della bravura dei cantanti e dello splendore della musica, l’evento scenico scivola inesorabilmente nella ripetizione. Emanuele Daumas ce la mette tutta e ha anche qualche buona intuizione nel cercare di dare ironia o nel condire di precisione scenica i recitativi, ma alla lunga però prevale la genericità, dove le soluzioni sono solo estetiche, con i cantanti che entrano ed escono per eseguire solo i propri pezzi. Nel complesso la messa in scena rimane comunque gradevole, ben organizzata e condotta con attenzione, grazie alla sobria scenografia di Alban Ho Van e ai costumi di Marie La Rocca, appropriati, ma non sempre azzeccati.
Sotto l’aspetto musicale l’opera però funziona e a darne una riprova è l’aria di Aminta al termine del primo atto “Siam navi all’onde algenti”, che in bocca al superlativo soprano Ana Maria Labin diventa un pezzo di bravura, con un da capo farcito di abbellimenti, gorgheggi e acuti che hanno mandato in visibilio il pubblico.
Ovviamente immacolata, precisa, attenta è la concertazione di Giulio Prandi, la cui perizia ha fatto scuola nel repertorio barocco. Il direttore ci regala un suono pieno, agogico con un ottimo rapporto fra buca e cantanti.
Vocalmente il mattatore della serata è Nicolò Balducci (Megacle) proprio in virtù della capacità di essere “divo” (pur essendo dotato fisicamente gli dilatano con un accorgimento i bicipiti e i pettorali, lo cingono di due enormi ali bianche e di alloro in testa), di aver saputo regalare un grande sfoggio di abilità canora. Sopraffine sono le sue doti da sopranista, in “Se cerca, se dice”, ma davvero superlativo è la performance ottenuta nel suo complesso. Il cantante disegna un personaggio mai sopra le righe, fuori dal contesto drammaturgico se vogliamo, ma vincente proprio perché il pubblico, che ha sempre ragione, coglie istintivamente non l’incongruenza scenica, ma la capacità di fare spettacolo, intrattenimento vocale, illuminando improvvisamente e a suon di applausi il vero scopo, la vera missione del teatro musicale barocco.
Ottimo tutto il resto del cast femminile, più ligio ai dettami scenici, da Loriana Castellano (Aristea), a José Maria Lo Monaco (Licida) a Benedetta Mazzucato (Argene), ognuna con una linea di canto ragguardevole, ma soprattutto con rara sensibilità espressiva.
Christian Senn si riconferma nella sua ennesima presenza a Verona, grazie a una voce duttile e omogenea come re Clistene, affiancato dall’ottimo basso Roberto Lorenzo, Alcandro suo consigliere. Un encomio va sicuramente ai sei mimi raffiguranti atleti scanzonati e saltimbanchi prodigiosi che hanno fatto uno spettacolo a parte, forti delle loro doti atletiche. Teatro pieno e convinto successo per tutti gli interpreti e direttore, salutati al termine da un tripudio di applausi.
