E’ entrato ufficialmente in vigore il sistema dellalcolock, il dispositivo elettronico che impedisce l’avviamento dell’auto se il conducente risulta positivo all’alcol test. La misura, prevista dalla riforma del Codice della Strada, punta a rafforzare la prevenzione degli incidenti legati alla guida in stato di ebbrezza, ma sin dalle prime ore di applicazione ha sollevato un acceso dibattito sociale ed economico.

L’alcolock è tecnicamente un etilometro collegato alla centralina del veicolo: prima di mettere in moto, il conducente deve soffiare in un boccaglio. Se il tasso alcolemico rilevato supera lo zero, il motore resta bloccato.
Il dispositivo memorizza inoltre i tentativi di avvio e può richiedere controlli periodici di taratura presso officine autorizzate.

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Quando scatta l’alcolock

L’obbligo riguarda chi è stato condannato in via definitiva per guida in stato di ebbrezza con un tasso superiore a 0,8 grammi per litro: due anni di installazione per valori tra 0,8 e 1,5 g/l, tre anni oltre 1,5 g/l, con possibili estensioni stabilite dalle commissioni mediche competenti.

Se l’obiettivo dichiarato è quello di ridurre la recidiva e aumentare la sicurezza stradale, le ricadute pratiche non sono marginali.
Il costo dell’apparecchio oscilla tra i 1.500 e i 2.000 euro per l’installazione, a cui si aggiungono le spese di manutenzione, la taratura periodica obbligatoria e i boccagli monouso.

Un onere interamente a carico del conducente, senza contributi pubblici. Per un nucleo familiare che possiede una sola autovettura, la misura può trasformarsi in un disagio quotidiano: ogni componente della famiglia, anche se estraneo alla condanna, deve sottoporsi alla procedura di soffiaggio per poter utilizzare il mezzo. In caso di emergenze, ritardi o malfunzionamenti, l’impatto organizzativo diventa evidente. Oltre al peso economico, c’è quello psicologico: il dispositivo rappresenta un promemoria costante dell’errore commesso e, secondo alcuni osservatori, rischia di produrre uno stigma sociale duraturo.

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Il provvedimento tocca indirettamente anche un settore strategico del Made in Italy. La filiera del vino e delle bevande alcoliche costituisce una componente rilevante dell’economia nazionale. Secondo le principali associazioni di categoria, il solo comparto vitivinicolo vale circa l’1% del Prodotto interno lordo, con un impatto complessivo superiore ai 40 miliardi di euro tra produzione, indotto ed export.

L’intero settore degli alcolici – tra vino, birra e distillati – genera decine di miliardi di fatturato e centinaia di migliaia di posti di lavoro.
Pur non essendo direttamente colpito dalla norma, il comparto teme un effetto culturale e psicologico: l’associazione automatica tra consumo di alcol e sanzione tecnologica rischia, secondo alcune voci del settore, di penalizzare l’idea del consumo moderato e responsabile che caratterizza la tradizione enogastronomica italiana.

E le droghe? Come le misuriamo?

Nel dibattito pubblico emerge poi un altro elemento controverso. Mentre l’alcol viene contrastato con un presidio tecnologico che impedisce fisicamente la guida, per le sostanze stupefacenti non esiste un dispositivo analogo capace di bloccare preventivamente il veicolo. Questo crea, secondo alcuni commentatori, una disparità di trattamento che potrebbe apparire come una depenalizzazione di fatto sul piano della prevenzione tecnica. La provocazione è già nell’aria: il prossimo passo sarà uno strumento collegato all’auto capace di effettuare analisi più invasive, come un test sul capello per rilevare l’uso di droghe prima dell’accensione?

Tra esigenze di sicurezza, tutela delle libertà individuali e sostenibilità economica, l’alcolock segna una svolta nel rapporto tra cittadino e automobile. La sfida sarà trovare un equilibrio tra prevenzione efficace degli incidenti e proporzionalità delle misure, evitando che la tecnologia, nata per salvare vite, diventi terreno di nuove fratture sociali.