(David Benedetti*)  C’è un paradosso silenzioso che attraversa le aule italiane: l’inglese è la materia di tutti, ma non è la lingua di nessuno. È nel piano di studi dalla primaria all’università, è requisito nei concorsi, nei curricula, nei colloqui. Eppure, per molti studenti, resta confinato tra le pareti della classe, come un esercizio da verificare più che uno strumento da vivere.

L’inutile inglese della scuola

L’inglese è ovunque: nelle canzoni, nelle serie, nei social, nel lessico del marketing. Ma questa esposizione continua non si traduce automaticamente in competenza. A scuola, spesso, la lingua diventa grammatica da memorizzare, lista di verbi irregolari, simulazione d’esame. Si studia per il voto, non per la voce. Così l’inglese resta una materia: si prepara, si ripete, si dimentica.

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Il problema non è solo metodologico. È culturale. In Italia fatichiamo a considerare l’inglese una lingua “nostra”, uno spazio in cui pensare, sbagliare, esprimerci. Lo trattiamo come un territorio straniero in cui entrare con cautela, temendo l’errore più del silenzio. E il silenzio, in una lingua, è la vera sconfitta.

Eppure l’inglese potrebbe essere il luogo dell’incontro: con altre letterature, altre idee, altre possibilità di lavoro e di studio. Potrebbe diventare palestra di cittadinanza globale, non solo requisito burocratico. Per farlo, però, deve uscire dalla logica dell’interrogazione e abitare quella della comunicazione.

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Forse la sfida della scuola oggi non è insegnare più inglese, ma insegnarlo diversamente: meno ossessione per la perfezione, più spazio alla parola. Perché una lingua non si possiede mai del tutto; si attraversa. E finché l’inglese resterà solo una materia, continuerà a essere di tutti — ma non davvero di nessuno.

*insegnante Liceo Scientifico