(di Gianni Schicchi) La quarta edizione del Ristori Baroque Festival è iniziata nel miglior modo che si potesse sperare, anche per l’importante ensemble chiamato ad inaugurarlo: il Pomo d’Oro, guidato dal suo fondatore, il clavicembalista Francesco Corti, un aretino nato in una famiglia di musicisti, che ha studiato organo a Perugia e poi clavicembalo a Ginevra ed Amsterdam, riconosciuto tra i maggiori esperti delle fonti e tecniche cembalistiche barocche. 

PHOTO 2026 03 04 11 50 21

Un complesso e un direttore ormai di riferimento internazionale – suonano esclusivamente su strumenti originali per affrontare esecuzioni storicamente informate – celebrati per l’intensità con cui mettono in luce una ricca tavolozza di virtuosismo e di finezza retorica.

Il programma di sala, racchiuso tra due pagine di J. Sebastian Bach, presentava il Concerto per flauto e archi di Carl Philipp, secondogenito di Bach senior e il Concerto per clavicembalo del ceco Georg Anton Benda. Due componenti di famiglie numerose e tradizionalmente dedite alla musica clavicembalistica, col primo, il più famoso ed importante figlio di Johann Sebastian, che coltivò tutti i generi musicali fatta eccezione per il melodramma. E il secondo, un seguace del primo, e membro di altrettanta numerosa stirpe di musicisti, esponente poi di quel secondo stile galante che coincise col ventennio 1760-80, dove non mancarono presagi di una sensibilità più avanzata verso il mondo del primo Beethoven.

Le due pagine di Bach padre, in apertura e conclusione di serata, si rifacevano invece al noto Concerto BWV 1052 per clavicembalo e al celeberrimo Concerto brandeburghese n° 5 BWV 1050 per violino, flauto, clavicembalo. La singolarità di quest’ultima pagina è data dal fatto che per la prima volta il clavicembalo esce emancipato dal suo ruolo convenzionale di basso continuo per essere innalzato al rango di strumento obbligato e concertante. L’apertura del Concerto BWV 1052 è invece di grande effetto, con un ampio disegno all’unisono dell’orchestra, quasi teatrale nella sua enfasi peroratoria. Ripetuto integralmente, questo disegno costituisce l’impalcatura entro cui si aprono vari squarci solistici del clavicembalo, che sottopongono il materiale tematico a sollecitazioni continue, in sempre nuove figurazioni.  

Il ricco repertorio proposto dal Pomo d’Oro è risultato assai efficace dal punto di vista stilistico, distinguendosi per il notevole affiatamento e l’unità di intenti dei vari componenti, impegnati a delineare le pagine con una condotta sempre assai incisiva e scorrevole per limpidezza di suono. Un Bach insomma molto vivo, non ingessato nell’imm*agine di un Settecento idillico e quieto, anche perché qui la musica è sembrata fuggire costantemente in avanti.

Di qui un approccio che ha valorizzato soprattutto i movimenti più esuberanti, resi con slancio e trascinante vivacità. Non per questo sono stati trascurati i momenti più liricamente cantabili, tradotti da Francesco Corti con misurata sensibilità ed una timbrica avvolgente, in una gamma variegata per sfumature e ornamentazioni. In ogni caso ci siamo trovati di fronte ad una proposta davvero eccellente per organicità di concezione, coerenza stilistica e coesione, tale da reggere il confronto con tante altre famose versioni. 

PHOTO 2026 03 04 11 50 21 2

Meritano una menzione particolare, la fluente realizzazione del clavicembalo di Corti, non poco efficace per densità e pastosità del suono ed esuberanza, emersa nell’Allegri delle due partiture BWV 1052 e 1050 e la brillante prestazione solistica della giovane (e affascinante) flautista dell’ensemble di cui non sono state rese inspiegabilmente le generalità.  Successo, bis, applausi molto calorosi al termine.