Stimolanti indicazioni che vanno oltre il progetto 2040
(s.t.) Lo studio del Cresme aggiorna l’analisi del territorio veronese su molti piani: le dinamiche demografiche, gli scenari economici, la competitività rispetto ad altri territori, la qualità della vita e la trasformazione territoriale. Ne emergono alcune interessanti indicazioni su cosa succede, sui punti di forza e le debolezza di Verona e quindi su cosa occorre intervenire, in uno scenario globale mai così instabile. Due sole le alternative illustrate dal direttore del Cresme Lorenzo Bellicini: o si continua sulla stessa strada, accettando inevitabili frenate, o si indagano i cambiamenti per investire sui motivi del cambiamento come l’Italia faceva 50-60 anni fa.
Guardando alla competitività territoriale di cui si è discusso nell’incontro in Camera di commercio (l’articolo è a questo link) bisogna superare la lettura economico-produttiva. Un territorio produce ricchezza e sviluppo grazie a molteplici fattori, esprimendo la capacità di un’area di sostenere la crescita sia demografica che di valore aggiunto garantendo però anche la sostenibilità ambientale e sociale. E quindi? Dobbiamo ammetterlo, sorprendendoci un po’: a Verona possiamo muovere molti rimproveri e preoccuparci per il futuro, ma sta funzionando.


I dati della ricerca aggiornata (a questo link) mostrano che siamo la 14a provincia italiana per abitanti, con 0,93 milioni di residenti, e la decima per dimensione economica (35 miliardi di valore aggiunto nel 2024. Siamo al 14° posto per valore aggiunto pro capite e decimi nell’indice globale di competitività territoriale tra le 107 province italiane. Un percorso di crescita che è proseguito anche in anni complicati come questi ultimi. Dal 2015 al 2024 Verona ha scalato la classifica di cinque posti, dal 15° al decimo. Siamo dietro Milano, Bolzano, Bologna, Aosta, Trento, Roma, Firenze, Monza-Brianza e Venezia. Ma davanti ad altre aree con le quali possiamo identificarci: Parma, Prato, Pisa e Padova, Ravenna, Modena, Forlì-Cesena, Trieste o Varese.
I dati confermano: investire sul cambiamento
Non male anche la demografia, fatti salvi i timori per l’indomani: siamo la 15a provincia come età e saldi naturali e migratori, dalla 19a nel 2015. Decima area turistica per domanda/offerta in rapporto a popolazione, permanenza media, attrattività culturale e ampiezza della stagione. Il pilastro salute, grazie alle eccellenze ospedaliere, ha scalato la classifica nazionale: da 19a provincia a 7a in dieci anni. Valutati i vari indicatori, il tessuto produttivo veronese mostra un considerevole mix di manifattura, logistica, agroalimentare e turismo che lo rendono un territorio integrato e policentrico, la cui diversificazione settoriale favorisce una crescita fondata su capacità competitiva, reputazione, identità e apertura ai mercati globali.
I margini di miglioramento sono ancora ampi, ma le buone dotazioni infrastrutturali mascherano una distribuzione disomogenea, che si concentra nella fascia intorno alle autostrade e vicino al capoluogo, lasciando meno servite le aree meridionali e montane, con un effetto freno per lo sviluppo locale. Le criticità, spesso di taglio sociale, sono nella sicurezza (microcriminalità e disagio sociale) e nel welfare (spesa per l’infanzia e i servizi).
Da migliorare innovazione, investimenti tecnologici e R&D delle imprese, la necessità di valorizzare il capitale umano e la condizione dei più giovani. Cruciali le sfide della sostenibilità energetica e ambientale: la produzione da rinnovabili è limitata, l’efficienza energetica richiede investimenti mirati nel sistema produttivo e lo spreco di acqua richiede di affinare la gestione di un asset che in futuro sarà sempre più strategico.
Tra i punti di forza anche la struttura demografica che a sorpresa rappresenta uno dei pilastri portanti della provincia. Oggi Verona è tra le migliori per struttura anagrafica, più spostata verso le fasce giovani: è 14a per incidenza della popolazione con meno di 15 anni (12,5%); è 30a per incidenza di giovani (20,9% nella fascia 15-34 anni); è 17a per il minore indice degli anziani (1,89 anziani con più di 64 anni per ogni ragazzo); è 13a per movimento naturale sulla popolazione e 57a per saldo migratorio positivo.
Nel complesso la base anagrafica sembrerebbe porre Verona in una posizione più favorevole rispetto al contesto italiano, per affrontare le sfide dell’invecchiamento, della sostenibilità del welfare, della disponibilità di forza lavoro per il manifatturiero. In realtà però la demografia italiana è così debole che i dati positivi di oggi non garantiscono la futura tenuta del tessuto-socio demografico. Lo conferma il mercato del lavoro: difficile trovare i lavoratori. Ora le imprese veronesi faticano a trovare metà dei lavoratori di cui hanno bisogno per sostituzioni o ampliamento.


Il rapporto tra famiglie e abitazioni. Nel 2014-2024 le famiglie crescevano (quasi 29 mila) ma trovavano solo 17 mila case: ne mancavano 12 mila. Se nei prossimi dieci anni famiglie e case cresceranno allo stesso ritmo, di case ne mancherebbero oltre 17 mila. Un problema per i residenti, soprattutto per i giovani e per coloro che si vorrebbe attrarre con un’offerta accessibile e sostenibile come costo per i redditi dei primi impieghi. Case in affitto non se ne trovano e costano comunque molto. E su questo incide anche la forza del turismo a Verona, con molti stranieri che affittano e comprano case. Verona è ormai internazionale, ma non deve ostacolare uno sviluppo equilibrato.
La provincia media cresce creandosi una rete
Lo scenario competitivo però si spinge oltre. Molte città medie perderanno posizioni: dove non c’è un’economia solida e non si riesce attrae capitale umano qualificato, dove mancano le “reti lunghe” (logistiche, produttive, cognitive) si scende nella seconda fascia, compresso tra metropoli e aree marginali a basso costo. Non vince la città più grande ma la città più coerente tra struttura economica, infrastrutture, capitale umano e politiche urbane. Le città medie hanno un’opportunità storica perché questa coerenza è più raggiungibile nella loro scala. Ma richiede scelte nette: non si può inseguire un modello metropolitano in miniatura.
Ormai in tutta Europa le città che diventano nodi specializzati di reti più ampie vedono crescere il loro appeal. Le altre resteranno medie, nel senso di più deboli. Verona è sì una “provincia media”, ma può fare rete con Brescia, Trento, Vicenza e Mantova. Insieme sono la terza area economica d‘Italia, 152 miliardi di valore aggiunto contro i 182 di Roma e i 2028 dell’irraggiungibile Milano. Inoltre grazie alla sua posizione vanta il maggior export nazionale. E i turisti? Nel 2024 49 milioni nelle sole Verona, Trento e Brescia, primo polo turistico italiano che scavalca anche Roma con 47. Con Verona al centro, “la regione del Garda” potrebbe competere oltre la scena nazionale, in una dimensione europea.

