I partiti temono gli elettori
(Attilio Zorzi) La scorsa settimana il centrodestra ha presentato alla Camera e al Senato la sua proposta di riforma della legge elettorale. Un tema cruciale per il funzionamento della nostra democrazia, perché la legge elettorale stabilisce il meccanismo elettivo con cui i voti dei cittadini si trasformano in seggi in Parlamento e quindi in rappresentanza politica.
Il cuore della proposta è l’introduzione di un sistema prevalentemente proporzionale per assegnare i seggi: 400 alla Camera dei deputati e 200 al Senato della Repubblica. In sostanza ogni partito otterrebbe un numero di parlamentari proporzionale ai voti ricevuti alle urne. Restano alcune eccezioni territoriali, come in Valle d’Aosta e in Trentino-Alto Adige, dove sono previste regole specifiche per garantire la rappresentanza delle minoranze linguistiche delle due regioni a statuto speciale.
Il territorio nazionale verrebbe suddiviso in collegi plurinominali e circoscrizioni.
Nei collegi plurinominali i partiti, che possono anche presentarsi in coalizione, come avviene adesso, propongono una propria lista di candidati e ricevono i seggi in proporzione ai voti ottenuti alle urne. Ma c’è un elemento destinato a far discutere: gli elettori non potranno esprimere preferenze sui nomi dei candidati, esattamente come adesso.

I parlamentari verranno eletti seguendo l’ordine stabilito nelle liste dai partiti stessi. Quindi ancora una volta ci saranno i listini bloccati, come del resto era prevedibile, dato che senza di questi le segreterie dei partiti perderebbero quasi tutti i loro volti, poiché alla prova delle preferenze, i cittadini scelgono chi reputano più capace e competente, che molto spesso non coincide con i nomi proposti dai partiti, e lo si vede con le elezioni amministrative e regionali, dove i colpi di scena e gli “indipendenti” sono all’ordine del giorno.
Senza preferenze soffre la democrazia
La scelta di escludere ancora le preferenze riflette, infatti, il timore diffuso tra le forze politiche: con il ritorno delle preferenze sarebbero gli elettori a scegliere direttamente le persone da mandare in Parlamento, con il rischio per molti attuali parlamentari di non essere rieletti. In altre parole, la paura, più o meno esplicita, è quella di “andare tutti a casa”.
Comunque sia, per ottenere i seggi sarà necessario superare la soglia di sbarramento nazionale del 3% dei voti per le liste singole. È prevista però una deroga: nelle coalizioni che raggiungono almeno il 10% potrà ottenere seggi anche la prima lista che non abbia superato il 3%, di modo da salvare i micro partiti come Noi Moderati o così via.

La proposta introduce inoltre un “premio di governabilità”, pensato per favorire la formazione di una maggioranza stabile. Se una lista o una coalizione raggiunge almeno il 40% dei voti, otterrà un premio di maggioranza pari a 70 seggi aggiuntivi alla Camera e 35 al Senato. Il testo fissa comunque un tetto massimo: il vincitore non potrà superare 230 seggi su 400 alla Camera e 114 su 200 al Senato.
Questi seggi non verrebbero assegnati attraverso le liste dei collegi plurinominali, ma tramite le cosiddette liste circoscrizionali, cioè listini separati presentati su base territoriale più ampia, sempre listini bloccati, di modo da lasciare margine di manovra alle segreterie di partito sulla scelta dei nomi, anziché ai cittadini.
Se nessuna lista o coalizione raggiungesse il 40% dei voti, la riforma prevederebbe la possibilità di un secondo turno di ballottaggio tra le due forze più votate, che determinerebbe l’assegnazione del premio di governabilità. Tuttavia il ballottaggio scatterebbe solo se entrambe le liste o coalizioni avessero ottenuto almeno il 35 per cento dei voti al primo turno. In caso contrario, i seggi previsti per il premio verrebbero distribuiti in modo proporzionale tra tutte le liste.
Adesso la riforma passerà alla discussione e al voto della Camera e del Senato, dove potrà comunque essere ancora modificata e poi una volta definita approvata per le elezioni del 2027.
Insomma, siamo di fronte alla più classica riforma italiana in stile Gattopardo: cambiare tutto per non cambiare nulla!
