(Alessandro Gorgoni) La crisi in corso nel Golfo Persico ha costi ingenti e molteplici. Alcuni gravano sui bilanci pubblici, sui titoli di debito necessari ad alimentare gli armamenti e che contribuiscono ad accrescere un debito pubblico che, a livello globale, ha superato i 348mila miliardi di dollari. Altri costi sono quelli umani, vite amputate, città svuotate, popolazioni in fuga.

La guerra asimmetrica. Chi attacca spende meno di chi si difende
La guerra moderna è una questione di soldi. Ne servono tanti. Oggi si può combattere in molti modi, chi attacca, soprattutto se utilizza sciami di droni e missili balistici a basso costo, spende infinitamente meno di chi deve difendersi con armamenti molto costosi.
Una guerra asimmetrica dove il costo dell’offesa si abbassa drasticamente, mentre quello della protezione si impenna fino a diventare insostenibile. Quanto sta succedendo oggi tra Iran, Israele e Stati Uniti dimostra come un conflitto smette di essere soltanto un logoramento di uomini e mezzi per trasformarsi in un’erosione finanziaria.
I numeri delle singole armi, sul campo di battaglia mediorientale, spiegano perfettamente questa dinamica. Un drone di fabbricazione iraniana, come lo Shahed, ha un costo di produzione di circa 35mila dollari. Dall’altra parte, chi difende (monarchie del Golfo e Stati Uniti in primis) si trova costretto a schierare intercettori che costano milioni come i missili del sistema PAC-3 Patriot che viaggiano attorno ai 4 milioni di dollari l’uno, e possono arrivare a superare i 13,5 milioni di dollari nelle loro versioni più avanzate.
Anche ricorrendo a scudi missilistici come l‘Iron Dome israeliano, ogni intercettazione costa circa 100mila dollari. In scenari ad alta intensità, come l’uso massiccio del sistema Arrow 3 durante le prime fasi del contrattacco iraniano, il costo per circa 110 intercettazioni è stato di 385 milioni di dollari in una sola notte.

Il rapporto è pesantissimo se un’arma da qualche decina di migliaia di dollari costringe il difensore a spendere cifre centinaia di volte superiori per neutralizzarla. Questa è la nuova, spietata, economia di guerra. Non è più necessario distruggere fisicamente il bersaglio per logorare il nemico; è sufficiente costringerlo a difendersi.
Un primo bilancio della settimana iniziale di scontro diretto tra Stati Uniti-Israele e Iran ci dice che a fronte di un’offensiva iraniana costata circa 560 milioni di dollari (per il lancio di 500 missili balistici e circa 2mila droni), l’altra parte ha dovuto sostenere costi per oltre 5,7 miliardi di dollari. Un rapporto di uno a dieci, senza contare il crollo delle principali piazze finanziarie.
Le ricadute sull’economia
Tuttavia i costi militari sono solo una parte del tutto. A perdere non sono solo i bilanci della difesa, effetti devastanti ci sono anche sulle rotte dell’energia. Gli stessi droni e missili a basso costo che impongono il lancio dei Patriot, hanno paralizzato uno degli snodi logistici più importanti al mondo come lo Stretto di Hormuz. In quel corridoio navigabile largo meno di 4 chilometri, la semplice minaccia di un attacco è sufficiente ad azzerare il transito quotidiano di 13 milioni di barili di petrolio e di 110 miliardi di metri cubi annui di gas naturale liquefatto (GNL) qatarino.

Qui i missili colpiscono l’economia. La paralisi di Hormuz, dettata dall’impossibilità di garantire la sicurezza al trasporto navale, sottrae al mercato volumi di idrocarburi che non sono rimpiazzabili. Qui i costi superano l’acquisto di missili intercettori, perché il petrolio corre verso l’allarmante soglia dei 130 dollari al barile, mentre il gas in Europa, privato dei carichi di GNL, raddoppia le quotazioni superando i 60 euro/MWh.
Siamo davanti a una guerra di logoramento. Da un lato, si è costretti a bruciare miliardi di spesa pubblica in difesa aerea; dall’altro, l’economia civile viene vessata dal prezzo dell’energia. Le stime dicono che ogni rialzo di 10 dollari del greggio innesca una contrazione dello 0,1% sul PIL e un aumento dello 0,5% sull’inflazione negli Stati Uniti e l’Europa non è esente.
In sintesi, la guerra è ibrida, armi relativamente economiche possono richiedere spese gigantesche e innescare una crisi energetica. Quindi, il vero costo del conflitto non coincide unicamente con il prezzo dell’arma che viene sparata, pesano la ricchezza bruciata per intercettarla, l’industria che si ferma per il rincaro del gas, e, in ultima istanza, tutto ciò che viene sottratto alla vita civile, alle infrastrutture e allo sviluppo.
