(di Gianni Schicchi) Il mandolino oggi è uno strumento non più tanto in voga, soppiantato ormai dalle maggiori dotazioni sonore della chitarra, ma nel Settecento assurse a grande notorietà e utilizzo, grazie alle emergenti scuole strumentali veneziane e napoletane. Il Ristori Baroque Festival, col titolo “Tra Venezia e Napoli”, lo ha voluto inserire fra gli eventi del suo ampio programma 2026, avendo la disponibilità di un solista come l’israeliano Avi Avital, oggi fra i maggiori specialisti al mondo (se non il più grande) dello strumento.
A dare visibilità alla serata del Ristori, Avital ha giustamente inserito nella sua esibizione, due fra i maggiori compositori del periodo barocco: Antonio Vivaldi per Venezia e Giovanni Paisiello per Napoli, che al mandolino dedicarono pagine brillanti e spettacolari, come quelle in re e do maggiore RV 93 e 425 del primo e mi bemolle maggiore del secondo. Il RV 425 è poi uno dei più famosi brani scritti per lo strumento di Vivaldi, facendo parte della raccolta di concerti composti all’Ospedale della Pietà di Venezia, dove il compositore addestrava alla musica le giovani orfanelle dell’istituto. Famoso poi per il suo Largo, molto cantabile e delicato, con uno dei movimenti lenti più celebri e quello fra i più eseguiti insieme al RV 93 originariamente però composto per liuto.

Quello di Paisiello è poi un concerto considerato fra i capisaldi del repertorio classico per mandolino, anche se alcuni musicologi ne hanno discusso lungamente sulla paternità per il suo stile leggermente diverso dalle altre opere del compositore.
Ad allargare la quantità delle proposte al Ristori, Avital si è quindi esibito nel raro concerto di un altro partenopeo, Emanuele Barbella, con il suo lavoro in re maggiore dallo stile galante e molto melodico. Ed ha chiuso la serata con la trascrizione per mandolino del Concerto n° 6 dall’ op. III L’Estro armonico RV 356 di Vivaldi, brano notevole per la fusione tematica tra ritornelli ed episodi del primo movimento.
Avi Avital (suona su uno strumento moderno del liutaio israeliano Arik Kerman) si è mostrato un raffinato cesellatore, dove il suo Vivaldi era fatto principalmente di preziosismi rococò dal colore timbrico trasparente fino all’inverosimile, nel tocco leggero e sottile e come si è avvertito bene nei movimenti conclusivi, scattante nei passaggi brillanti. Lo accompagnavano sette Friends (cinque archi, una tiorba ed un clavicembalo), un ensemble particolarmente indicato alla restituzione del repertorio barocco, ma capace anche di adattarsi alla varietà di un programma fedelmente modellato sull’eclettico repertorio del celebre mandolinista.
Quasi superfluo dire che tutte le esecuzioni di Avital sono state marchiate dal suo impressionante virtuosismo tecnico e dalla sua costante ricerca di un suono rotondo, radioso, spesso pungente. Uno stile che si è rispecchiato puntualmente negli interventi solistici, ma pure con gli assieme dell’ensemble, impegnato questi, in una prova di notevole brillantezza, guidato da una prima violinista, esemplare nel dare tutti gli attacchi. Tutto comunque del concerto è risultato estroverso e luccicante, perfino con una punta di compiacimento tendente a un’evidente ricerca dell’effetto, per esempio nella sistematica scelta di illanguidire e inzuccherare i tempi lenti, come di accelerare fino all’inverosimile quelli veloci.

La felice serata era iniziata con la Sinfonia in sol maggiore “Il Coro delle Muse” ancora di Vivaldi e proseguita in seguito con la Sinfonia in sol minore di Albinoni. E si è conclusa con due acclamatissimi bis di Avital: un tempo Lento di Vivaldi (“lo amo e mi piace proporlo spesso al termine dei miei concerti”) ed un forsennato assolo di sua esclusiva invenzione.
