Durante un convegno dell’Ordine dei giornalisti del Veneto con Ruben Razzante e Maurizio Crippa 

(Claudio Beccalossi) L’ennesimo corteo a Roma, sabato 14 marzo, per i No al referendum popolare confermativo della legge costituzionale ormai prossimo, alle guerre in corso ed al “governo  liberticida”, condito del solito vilipendio verbale e scritto, s’è imbarbarito ulteriormente con le immagini bruciate del premier Giorgia Meloni e del ministro della Giustizia Carlo Nordio. La manifestazione, ingiuriosa e prepotente a senso ideologico unico come da copione, è stata promossa da Potere al popolo, Unione Sindacale di Base (USB) e dal Comitato per il No sociale.

Carlo Nordio. 1

Il ministro Carlo Nordio è finito nell’occhio del ciclone di sinistre ed antagonisti perché, in quanto titolare del dicastero più coinvolto, ha un ruolo da prima linea sul “fronte del Sì” alla riforma della magistratura, più che della giustizia, imperniata (come punti chiave) sulla separazione delle carriere dei magistrati requirenti e giudicanti (mediante la modifica degli artt. 87 – decimo comma – , 102 – primo comma – , 104, 105, 106 – terzo comma – , 107 – primo comma – e 110 della Costituzione), con due distinti organi d’autogoverno (Consiglio Superiore della Magistratura giudicante e Consiglio Superiore della Magistratura requirente). Con sorteggio da un elenco dei componenti togati dei due organi ed introduzione dell’Alta Corte Disciplinare, col compito di gestire i procedimenti contestativi nei confronti dei magistrati. 

Il carattere combattivo di Nordio rimanda ad un convegno indetto a Venezia dall’Ordine dei giornalisti del Veneto, il 25 maggio 2017, nell’illustre e storica Scuola Grande di San Giovanni Evangelista, in San Polo 2454 (Sestiere San Polo), vicina alla chiesa dedicata allo stesso santo. L’organismo di categoria aveva organizzato un incontro dal titolo alquanto attuale (“Verità, post verità e informazione”), considerata l’impennata d’interesse, con trasporto comunque distaccato per non farsi coinvolgere od attribuire patenti di credibilità, nei confronti delle cosiddette fake news, le “notizie false” così spregiudicatamente attivate per motivazioni od interessi palesi, occulti, libertini, goliardici se non pianificate a tavolino per finalità allarmistiche, rassicuranti o, peggio, reattive ed eversive.

Nella Sala Capitolare della Scuola Grande s’erano succeduti i relatori chiamati a sviscerare l’impatto di fake news e post verità con cui deve vedersela il giornalismo stesso. 

Franco Bosello (attuale Guardian Grande della Scuola Grande), dopo aver ammesso che «la verità sostanziale dei fatti, oggi, non è garantita», aveva passato il timone a Gianluca Amadori, allora presidente del Consiglio regionale dell’Ordine dei Giornalisti. Il quale s’era soffermato sulla “forza” «delle fake news, le bufale un tempo e la velocità, l’impatto delle notizie vere o false. Non sempre c’è possibilità di capire se i fatti sono reali o meno, fino a che punto ci sia manipolazione. Esiste un ruolo del giornalista nel mediare».

Stando a Ruben Razzante (Taranto, 22 agosto 1969, giornalista e professore di Diritto della comunicazione per le imprese ed i media, di Diritto europeo dell’informazione e di Diritto dell’informazione all’Università Cattolica di Milano, di Diritto dell’informazione e della comunicazione all’Università Lumsa Libera Università Maria Santissima Assunta – di Roma e di Deontologia giornalistica alla Pontificia Università Lateranense della Città del Vaticano), «occorre sfatare i luoghi comuni che circolano. Le bufale ci sono sempre state. Le fake news sono un falso problema? Irrilevanza della professione giornalistica, attività giornalistica surrogabile? Non sono d’accordo, perché il tema delle fake news per la professionalità giornalistica mantiene un’invidiabile importanza. Stanno assoldando giornalisti con capacità discriminante specifica contro l’emergenza delle fake news. La normativa è indietro rispetto all’oggetto. È un diritto all’informazione calibrato che fa fatica ad adattarsi all’informazione in rete». 

Carlo Nordio e Maurizio Crippa

«Vanno salvaguardate le informazioni e la filiera di raccolta delle notizie. Soggetti come Google traggono vantaggi dalla diffusione di notizie. Mancano normative specifiche su questi temi, su giornalisti e non giornalisti che scrivono in rete. La risposta è deontologica, per far vivere ai giornalisti la battaglia sulla genuinità dell’informazione. Il distacco della deriva della disinformazione con la deontologia. Si tratta di questioni nevralgiche sulla genuinità dell’informazione. Schiena dritta, competenze. Principi non nuovi, tema di verità. Anche se il giornalista non è depositario di verità e può sbagliare. Obbligo inderogabile è il rispetto della verità sostanziale dei fatti. Non verità assoluta. L’articolo è un prodotto perfettibile». 

«Il diritto di cronaca non deve essere prevaricazione. Non ho nessun diritto di sapere se un ministro ha un giudizio negativo su un altro ministro, ma se ruba, sì, ho diritto di saperlo e di farlo sapere. L’inviolabilità del domicilio s’estende al carcere ed al luogo di cura. Importante è il punto della rettifica perché il giornalista può errare. E questi sia sempre pronto al ripristino della verità con la rettifica, anche se può arrivare tardiva. Il principio dell’essenzialità del giornalista, del riferire solo particolari d’interesse pubblico. Attenzione a parlare dei minori: non è censura perché i minori sono soggetti deboli, come i detenuti, i portatori d’handicap, gli immigrati in particolari condizioni, le manette ai polsi di chi non si sa ancora se sia colpevole o meno. Diritto all’oblio per determinate circostanze, alla corretta contestualizzazione delle vicende passate».

Poi, era toccato a Maurizio Crippa (Milano, 27 febbraio 1961, vicedirettore vicario de “Il Foglio”, quotidiano fondato da Giuliano Ferrara il 30 gennaio 1996) correr dietro al filo conduttore.

«Noi de “Il Foglio” ci siamo dati la mission di lottare contro le fake news. La capacità dei giornali è scaduta. Viene dal flusso ininterrotto dei social media, flusso di informazioni che ha la capacità di travolgere. Un aspetto importante è la deontologia culturale. Oggi noi abbiamo obbligo, passione di smascherare ciò che è falso. Quelli che dicono che tutto è iniziato con l’informazione digitale sbagliano. È il meccanismo che anticipò la rivoluzione in Francia, che mise in moto l’odio contro i nobili. Le classi dirigenti sono arrabbiate perché prima facevano loro le fake news ed adesso le fanno anche i ragazzini. Il mondo è cambiato perché la potenza del digitale ha cambiato tutto. Un passo avanti ed un passo di lato. Il ruolo del giornalista non può essere propaganda ma contributo a formare pubblico e lettori. Fake news riguardanti l’elezione di Trump (la prima, con giuramento il 20 gennaio 2017, n.d.a.) e la Brexit, anche se non è stato certo responsabilità dei due soggetti. La questione della post verità, il credere alla propria versione dei fatti. C’è una bolla dell’informazione: preferiamo essere confermati in nostri pregiudizi piuttosto che andare ad interpellare altri. Il diritto di conoscere, il flusso preponderante di informazioni digitali, mette in campo il diritto di non conoscere».

Carlo Nordio (Treviso, 6 febbraio 1947, andato in pensione da magistrato nel febbraio 2017) quindi, aveva  contribuito con veemenza, sulla scorta della sua lunga carriera tra pubblico ministero ed inchieste “calde” in Veneto (come quelle sulla colonna della Brigate Rosse, su sequestri di persona, sul filone di Tangentopoli e sulle cooperative rosse, fino ad essere titolare dell’inchiesta sul Mose, Modulo sperimentale elettromeccanico, della laguna di Venezia). 

Nordio, magistrato dal 1977, era stato pure consulente della Commissione parlamentare per il terrorismo, presidente della Commissione ministeriale per la riforma del codice penale. Come procuratore aggiunto della Procura della Repubblica a Venezia, aveva perseguito reati economici, di corruzione e di responsabilità medica. Collaboratore di riviste specializzate in materia giuridica e di quotidiani (“Il Tempo”, “Il Messaggero”, “Il Gazzettino”), ha scritto: “Giustizia” (Guerini e Associati, Milano, 1997), “Emergenza giustizia” (Guerini e Associati, Milano, 1999), “Crainquebille di Anatole France” (traduzione e commenti, Liberilibri, Macerata, 2002), “In attesa di giustizia” (con Giuliano Pisapia, Guerini e Associati, Milano, 2010), “Operazione Grifone” (Mondadori, Milano, 2014), “Overlord” (Mondadori, Milano, 2016), “La stagione dell’indulgenza e i suoi frutti avvelenati” (Guerini e Associati, Milano, 2019), “Giustizia. Ultimo atto. Da Tangentopoli al crollo della magistratura” (Guerini e Associati, Milano, 2022), “Una nuova giustizia” (Guerini e Associati, Milano, 2026).

Eletto deputato alle elezioni politiche del 25 settembre 2022, è entrato in carica come ministro della Giustizia nel Governo Meloni dal 22 ottobre 2022.

L’intervento di Nordio

«Il diritto di conoscere è una balla colossale. – s’era subito espresso conrocorrente Nordio – È già sancito dalla Costituzione. Blaise Pascal (Clermont, 19 giugno 1623 – Parigi, 19 agosto 1662, matematico, fisico, teologo e filosofo, n.d.a.) diceva che “se tutti gli uomini sapessero ciò che dicono gli uni degli altri non vi sarebbero quattro amici al mondo”. Fake news è un termine onnicomprensivo. La notizia può essere falsa o sbagliata. Il giornalista è pressato dall’urgenza. Il giornalismo d’inchiesta presuppone almeno un mese di lavoro e risorse. Le notizie enfatizzate, che fanno male sono quelle false ma anche quelle vere. L’informazione di garanzia ad un politico: per una perversione, invece, diventa una sorta di condanna anticipata, di lotta politica»

   «Si deve pensare al danno procurato dalle informazioni false divulgate in modo illecito. Le intercettazioni, i gradi di perversione: la legge violata attraverso le loro diffusioni. Lecitamente acquisiste ed illecitamente diffuse. Sono vere? Mica tanto…Le trascrizioni non sono altro che brogliacci della polizia che ascolta e talvolta prende dei granchi. Errori grossolani. Un’intercettazione lecita che non si dovrebbe divulgare ma, ciò nonostante, il giornalista ne viene in possesso e la pubblica. Intercettazioni lecite ma d’illecitissima pubblicazione. Il brogliaccio di polizia può sbagliare. Si tratta magari di brogliacci di intercettazioni lecitamente acquisiti ma non trascritti e pubblicati. Ci sono poi i casi di intercettazioni illecitamente acquisite. Il rischio di calunnia è reale: simulazione delle prove. Ciò dimostra quanto sia scivoloso il terreno dell’informazione quando viene da atti d’indagine». 

   «Il diritto d’informazione non c’entra nulla. Riferisce una notizia selezionata da altri. Nessuno può impedire di pubblicare queste notizie, ma si ammetta che non c’entra nulla col diritto d’informare. La libertà di stampa? Nessun giornale è realmente libero. Semmai, c’è la libertà di scegliere un giornale. Se un giornalista riceve una notizia la pubblica. Dovrebbe essere colpito chi fornisce questa notizia. Bisognerebbe intervenire riducendo all’osso le possibilità d’accedere a queste fonti perché provengono da garanti della loro segretezza».