(Angelo Paratico) Un letterato romano del IV secolo dopo Cristo, riflettendo sullo stato della società nella quale viveva, scrisse che: “Nelle scuole i cantori hanno preso il posto dei maestri di retorica. Le biblioteche vengono chiuse per sempre, come tombe”. Questo sentimento di fine del proprio mondo fu comune a molti scrittori dell’epoca, basti l’esempio di Sidonio Apollinare, grande scrittore e vescovo di Clermont-Ferrand, imparentato con la famiglia imperiale di Roma ma che vide la loro rovina e la salita al potere di barbari germanici.

La cultura umanistica fu sempre una cultura bibliocentrica. La caduta di una società si riflette spesso nel disinteresse progressivo per i libri, veri capisaldi di sanità mentale e del ricordo. E tale fenomeno lo possiamo notare anche ai nostri giorni, perché anche nel nostro mondo i cantori scacciano i professori e le biblioteche svaniscono nel nulla. Uno degli aspetti apicali di questo fenomeno è il disinteresse dei nostri giovani per i libri antichi, sino a qualche decennio fa oggetto del desiderio da parte di tanti uomini e donne di grande cultura. Umberto Saba, Giuliano Vassalli, Giulio Tremonti sono tutti bibliofili e accaniti collezionisti di incunaboli (libri stampati prima del 1501).
Bibliofili e bibliomani
Tutte le cose buone, se prese in dose eccessiva, diventano cattive. L’amore smodato per i libri, in quanto oggetti del desiderio, si chiama bibliomania. Oggi è diventata una malattia maniaco-depressiva molto rara, eppure lo stesso Adolf Hitler ne fu affetto. Passava le sue notti insonni a leggere libri e possedeva una biblioteca personale di circa 20.000 volumi, un terzo dei quali si sono salvati e sono oggi custoditi nella Libreria del Congresso, negli Stati Uniti. Un certo numero fu inviato a Mosca e molte altre copie furono rubate da soldati americani. Il problema del suo essere bibliomane fu che, come notò Benito Mussolini, Adolf Hitler “si abbevera sempre allo stesso pozzo”. Ovvero, egli tendeva a leggere e collezionare solo libri che rafforzavano i suoi preconcetti, non quelli che li contraddicevano. Era cosa nota a coloro che lo conoscevano che il modo migliore per influenzare positivamente il suo umore durante un incontro era fargli dono di un libro raro, non necessariamente antico, ma stampato a mano su carta pesante, autografato dall’autore, illustrato e ben rilegato.

La bibliomania è una malattia assai pericolosa che non conosce cura. Come osserva Wikipedia, «la bibliomania non va confusa con la bibliofilia, che è l’amore (psicologicamente sano) per i libri e, in quanto tale, non è considerata un disturbo psicologico clinico… la bibliomania è caratterizzata dalla raccolta di libri che non hanno alcuna utilità per il collezionista né alcun grande valore intrinseco per un vero collezionista di libri. L’acquisto di più copie dello stesso libro e della stessa edizione e l’accumulo di libri oltre la possibile capacità di utilizzo o di godimento sono sintomi frequenti della bibliomania”. Il milionario britannico Heber riempì otto dei suoi palazzi in quattro paesi diversi con la sua collezione di circa 200.000 libri rari e di pregio. Nel 1869 Alois Pichler, originario della Baviera, divenne capo della Biblioteca Pubblica Imperiale di San Pietroburgo, in Russia. Pochi mesi dopo, il personale scoprì che un numero allarmante di libri stavano scomparendo. Nel marzo 1871, oltre 4.500 libri rubati dalla biblioteca, su argomenti che spaziavano dalla produzione di profumi alla teologia, furono trovati in suo possesso. Pichler fu processato e dichiarato colpevole e poi esiliato in Siberia. Il nostro Conte Libri non fu da meno di Pichler, con l’aggravante che soleva strappare le pagine che più gli interessavano e lo fece anche con alcuni codici di Leonardo da Vinci.
