(di Gianni Schicchi) Nonostante la giovane età (26 anni) la flautista olandese Lucie Horsch può vantare un pedigree di tutto rispetto dopo le sue quattro brillanti incisioni discografiche che hanno ricevuto premi importanti.
Si è presentata alla ribalta del Ristori per il festival barocco con un’antologia che utilizza i flauti della storica collezione di Frans Brṻggen, il virtuoso flautista e direttore d’orchestra olandese scomparso dieci anni fa. La sua ricerca ha promosso la costruzione di copie di flauti storici, molti dei quali fanno ormai parte della preziosa collezione custodita dalla moglie Machelt Brṻggen.
Nella sua esibizione veronese Lucie Horsch è affiancata dal liutista francese Thomas Dunford per riferirsi ad una antologia musicale delle più rappresentative che spazia dal barocco italiano (Vivaldi, Caccini, Leonarda, Castello), a quello tedesco con Bach, Telemann, fino a quello francese di Couperin, Marais, Philidor per spingersi persino a Debussy nel suo celebre Syrinx. Undici autori tra tardo seicento e primo settecento, fra cui alcune donne compositrici come: Isabelle Lonarda, Francesca Caccini, Anne Danican Philidor, evocati solo in movimenti isolati dei loro concerti e sonate, che documentano la brillantezza e la duttilità, in una parola la magia dello strumento che ebbe lunga vita nel barocco accanto al flauto traversiere.
Si tratta talvolta di arrangiamenti o trascrizioni operati con Thomas Dunford, come il Preludio per cello dalla Sonata n° 1 e la Suite BWV 997 di Bach o le Couplets de Folies di Marais o ancora il Largo e Allegro molto dal Concerto per flauto RW 443 di Vivaldi. La delicatezza degli strumenti, da maneggiare con estrema cura, hanno creato qualche problema circa l’intonazione degli stessi: non tutti ci pare a 415 herz, come spesso è di prammatica con la prassi esecutiva settecentesca.
La scelta dei brani musicali è stata condizionata dagli strumenti a disposizione e così anche la tecnica esecutiva, realizzando una simbiosi osmotica tra strumento e strumentista. Ogni brano è stato quindi proposto col flauto più adatto e compatibile, sia stilisticamente che storicamente. Ma crediamo non solo per rendere un ossequio allo strumento nella sua molteplicità, ma pure come omaggio al connazionale Brṻggen che del flauto a becco fu un vero pioniere e campione moderno.
La coppia di interpreti si è spesso dilungata ad illustrare storia e caratteristiche di quanto andavano ad eseguire. La Horsch si è persino dilettata nel canto quando abbandonato lo strumento ha affrontato la simpatica Canzonetta “Chi desia di saper che cos’è amore” di Francesca Caccini, mostrando persino una duttilità vocale non da poco.
Un ascolto attento dell’esecuzione ci ha consentito di cogliere le differenze timbriche tra i vari strumenti, dove si è esaltato anche il virtuosismo dell’interprete dalla pirotecnica abilità, capace di adattarsi a stili, scuole e umori diversi. La Horsch è apparsa convincente sotto tutti i profili, dimostrandosi accreditata erede ufficiale del connazionale Brṻggen e della famosa danese Michala Petri. Le composizioni proposte nella loro diversità le hanno consentito di esibire il suo notevole talento: agilità nello sviluppare strutture ritmiche a volte complesse, sottigliezza melodica che ha donato nobiltà al canto, esecuzione spontanea e flessibile, capacità di saper differenziare timbricamente i piani sonori.
Il concerto al Ristori è stato prezioso sotto molti aspetti e specie per la storia e la fortuna del flauto dolce, il cui condivisibile e lodevole fine giustifica ampiamente i mezzi. Peccato che l’abituale pubblico del festival abbia sottovalutato l’appuntamento perdendo così un’ occasione per incontrare una radiosa e felice interprete di un raro, ma piacevolissimo strumento come il flauto dolce.
