(David Benedetti*) Nelle aule scolastiche accade sempre più spesso una scena paradossale: tutti hanno qualcosa da dire, ma pochi sono davvero disposti ad ascoltare. Gli studenti parlano tra loro mentre l’insegnante spiega, gli insegnanti parlano agli studenti senza essere certi di essere ascoltati, e le famiglie parlano con la scuola spesso senza fermarsi davvero a capire cosa succede dall’altra parte. È un rumore continuo di parole che si sovrappongono.

La scuola, che dovrebbe essere il primo luogo dell’ascolto, finisce così per rispecchiare un tratto sempre più evidente della società contemporanea: la logorrea. Parliamo molto, ovunque, continuamente. Parliamo nei talk show, nei social network, nelle chat di gruppo, nelle riunioni di lavoro. Parliamo per spiegare, per convincere, per replicare. Ma ascoltare richiede tempo, attenzione, silenzio: tre elementi che sembrano diventati rari.

Ascoltare significa sospendere per un momento il proprio punto di vista per accogliere quello dell’altro. È un esercizio di pazienza e di umiltà. Eppure proprio l’ascolto è la condizione che rende possibile ogni vera forma di apprendimento. Senza ascolto non c’è dialogo, e senza dialogo non c’è educazione.

urlare 1

Nella scuola questo rischio è particolarmente evidente. Se gli studenti non imparano ad ascoltare, difficilmente impareranno a comprendere davvero ciò che studiano. Ma anche gli adulti devono interrogarsi: ascoltiamo davvero i ragazzi, o ci limitiamo a parlare loro?

Forse il problema non è che parliamo troppo. Il problema è che abbiamo disimparato il valore del silenzio. In una società dove tutti vogliono prendere la parola, l’atto più rivoluzionario potrebbe diventare proprio questo: fermarsi e ascoltare.

*insegnante liceo scientifico