(Emanuele Torreggiani) Paolo Cirino Pomicino, classe 1939, neurologo e politico. Democristiano. Muore oggi. Lo incontrai e cenai in sua compagnia ed altri, tutti defunti. D’altronde la vita è siamese alla morte e non si sottrae alla propria natura. Mi trovavo a Roma da alcuni giorni. Pernottavo all’hotel dei Portoghesi, angolo via della Scrofa. In una sgambata il Senato, piazza Campo de’ Fiori… ero stato chiamato dal Senatore Questore Franco Servello, per una questione di cronaca economica industriale che mi chiese poi di riferire direttamente al Presidente del Senato Marcello Pera. Me ne stavo alla bouvette accompagnato da Sandro Curzi, affabilissimo e gentilissimo, intendo di quell’educazione che non è per nulla affettata. Mentre scendevano uno scalone, lo incontrammo che era in compagnia di Luigi Lombardi Satriani, un senatore eletto come indipendente del gruppo Ulivo. Professore ordinario di Antropologia alla Sapienza. Mentre venivo presentato nel tendergli la mano chiesi se fosse l’autore del testo “Il silenzio, la memoria e lo sguardo“, pubblicato da Sellerio nel 1983. All’uomo sgranarono gli occhi e quasi commosso mi serrò forte la destra aggiungendo che in anni di transumanza politica quasi nessuno lo riconosceva per i suoi studi e aggiunse in direzione al mio ospite, ma lui è dei vostri? E per risposta ebbe non si sa, comunque lui è uno che ha studiato, è un fascista rosso, gente pericolosa. Satriani sorrise e ci invitò a un bicchiere. E così andammo in bouvette. Ora il testo di Satriani, Chiarissimo Professore, è fondamentale per comprendere, meglio iniziare a comprendere, la questione meridionale specificando che per meridione si deve intendere queste tre regioni: Sicilia, Calabria, Lucania. Dove vige la regola del silenzio, dello sguardo e della memoria (ch’è ben altro dal ricordo). E se qualcuno fosse interessato, di là da slogan e luoghi comuni, ecco un testo preziosissimo. Esattamente quanto gli articoli di Antonio Gramsci dal 1916 al 1926 pubblicati su Il Grido del popolo, l’Avanti, l’Ordine Nuovo.
Ne parlammo, il Professore, Sandro Curzi ed io, con viva soddisfazione. Quando il Questore Capo ci raggiunse, dopo aver espletato impegni d’ufficio, era in compagnia di Paolo Cirino Pomicino. E senza porre scelta disse che avremmo cenato insieme ‘tutti, è un ordine’ espresso in stile iussivo al che aggiungi di ‘una sovrana volontà’ e si rise. Erano uomini che sapevano ancora ridere. Non sembri cosa da poco. Andando in Campo de’ Fiori lungo la via mi fermai a comperare un paio di pacchetti di Gouloises che sia Satriani che Curzi, vendendo che ne fumavo, ebbero un ritorno di fiamma. Attenzione, tutti si davano del Lei. Io al professore di Voi. Apprezzava. Lasciai che ordinassero anche per me. Su invito del Senatore Questore Franco Servello esposi all’onorevole Paolo Cirino Pomicino la questione per la quale ero a Roma. L’uomo in materia di politica industriale era competente. Sapeva di cosa si stesse parlando senza peraltro cadere nello specioso. Spiegò con viva sagacia in nota sconsolante che una certa tipologia di manifatturiero nel nostro paese non poteva più avere un destino, salvo, e aggiunse, forse, l’alto lusso, ma anche in quel caso, considerando i ricarichi della filiera, molto probabilmente il confezionamento sarebbe finito in quella zona opaca di appalti a subappalto e, alla fine, nel volgare sfruttamento. Le cronache di queste ore dichiarano autentica una previsione di circa ventisei anni fa. Non era preveggenza, semplicemente conoscenza e competenza. E, tra parentesi, nessuno tra i presenti si dava sulla voce.

E anche questo non è cosa da poco. Domandai al parlamentare, ch’era stato ministro della Programmazione Economica nel VII governo Andreotti, per quale ragione avesse barattato con Bruxelles le quote latte in cambio delle quote d’acciaio. E poiché si stava parlando di politica dietro il palcoscenico, dietro le tifoserie e le retoriche da emiciclo, per quanto eterogeneo il tavolo, la realtà, piaccia o meno, è una sola. E lui lo disse in punta di verità, anch’essa una sola. Nessuno studio nazionale e internazionale aveva previsto un calo della domanda, sia nell’edilizia che nell’automotive, così repentino e importante, e tantomeno una concorrenza inarrestabile con gli Stati Uniti d’India considerati Terzo Mondo. Non ultimo, le difficoltà di gestione delle acciaierie italiane, dell’industria pesante in generale, ingessate da una normativa sul lavoro soffocante per il funzionamento di un’impresa con una responsabilità inossidabile del sindacato che tutelava il parassitismo alla stregua dell’autentico lavoratore. E così nel privato come nel pubblico. Curzi protestò per onore di bandiera e Paolo Cirino Pomicino gli disse, con serena pacatezza, di non fare ammuina. Che il pubblico, a differenza del privato, non chiude, ma poi i costi gravano a nocumento su tutta la collettività. E aggiunse, fingendo teatralmente di parlare tra sé e sé, d’altronde siamo tutti dirigenti di partito salvo il Professore, e pertanto si deve tenere ben presente le necessità del nostro partito. In buona sostanza come fosse più semplice, e molto meno oneroso, raccogliere voti in un unico contesto geografico definito e aggregante migliaia di lavoratori, che in un contesto geografico frazionato in migliaia di piccole aziende agricole, scavallanti tre o quattro regioni più che altro sul nord, dove, oltretutto, la buona battaglia si stava iniziando a perdere, realpolitik. Nessuno tra i presenti mostrò indignazione. Evidentemente non c’erano moralisti da ripresa televisiva. Oggi è morto Paolo Cirino Pomicino a distanza di poche ore da Umberto Bossi. Infatti si finì per convergere sulla Lega Lombarda, di cui Paolo Cirino Pomicino era uno zimbello, ma lui ne rideva, ma il Professore fermò ogni luogo comune (del resto cretinate leggibili in queste ore) sull’antimeridionalismo leghista solo d’effetto e non di sostanza, indispensabile a calamitare in un solo centro tutta la cocente delusione e rabbia che si prova in uno Stato che ha sempre fame e sempre sete. Muoiono a distanza di poco tempo. Quasi che l’uno chiamasse l’altro. Addio.
