(di Francesca Romana Riello). PFAS, Verona torna a guardare sotto la superficie: c’è un momento in cui i numeri smettono di bastare. Quando l’inquinamento non è più un dato da citare, ma qualcosa che entra nelle case, nell’acqua, nel corpo. Verona lo sa. E sabato 28 marzo torna a parlarne al Polo Zanotto dell’Università, con il convegno “PFAS: conoscere, prevenire, proteggere”.
Medici, ricercatori, associazioni, cittadini. Un appuntamento aperto, che non si esaurisce in una giornata ma prova a tenere insieme conoscenza e responsabilità, ricerca e vita quotidiana. Il punto non è solo aggiornare i dati. È capire cosa significano, oggi, per chi vive in questo territorio.

Un confronto che tiene insieme scienza e territorio
Non è un convegno solo per addetti ai lavori. L’impostazione è diversa: mettere allo stesso tavolo chi studia il fenomeno e chi lo vive. Tenere insieme livelli che spesso restano separati ,quello scientifico, quello sanitario, quello delle comunità.
Sul tavolo ci saranno l’impatto dei PFAS sull’ambiente e sulla salute, ma anche ciò che di solito resta sullo sfondo. La qualità dell’aria e del suolo, l’utilizzo dei prodotti fitosanitari in prossimità delle aree residenziali, gli effetti a lungo termine di scelte che non si misurano in mesi ma in decenni.
Un passaggio centrale riguarderà gli strumenti di analisi. La chimica analitica, oggi, è in grado di rendere visibile ciò che fino a pochi anni fa non aveva nome né misura. La presenza di queste sostanze nel sangue, la loro diffusione, la capacità di tracciarle con precisione. È da qui che cambia il livello del confronto, perché ciò che si può misurare diventa anche più difficile da ignorare.

PFAS, Verona torna a guardare sotto la superficie
Non si può parlare di PFAS nel Veronese senza fare i conti con il caso Miteni. Non è solo una vicenda giudiziaria. È una storia che ha inciso su un territorio e continua a farlo, nei dati sanitari, nelle preoccupazioni diffuse, nelle scelte che oggi vengono richieste.
Il convegno affronta anche questo passaggio. Il racconto del disastro ambientale, il processo in corso, le responsabilità. Ma soprattutto ciò che viene dopo. Come si previene. Come si interviene prima che il problema emerga. Come si costruiscono sistemi di controllo che non arrivino sempre in ritardo.
È qui che il tema smette di essere un’emergenza e diventa strutturale. Non riguarda solo ciò che è accaduto, ma ciò che può accadere ancora.
Dalla ricerca alla partecipazione, il nodo delle scelte
Tra i relatori ci sono competenze diverse, e non è un dettaglio. Cristina Cola e Giovanna Dal Lago porteranno l’esperienza di Mamme No PFAS, costruita negli anni sul territorio. L’avvocato Enrico Varali interverrà sul processo Miteni, mentre Filippo Tommasoli contribuirà con uno sguardo documentaristico su quanto accaduto.
Sul fronte scientifico interverranno, tra gli altri, Jessica Brandi dell’Università di Verona e Claudia Marcolungo dell’Università di Padova, mentre l’agronomo Renzo Caobelli affronterà il tema della deriva dei pesticidi nelle aree abitate. Francesco Bertola, presidente di ISDE Vicenza, entrerà nel merito degli effetti sanitari dell’esposizione ai PFAS.
Un programma che tiene insieme approcci diversi, ma con un filo chiaro. La partecipazione non come presenza simbolica,
ma come possibilità reale di incidere. Di trasformare la conoscenza in decisioni.
Perché la domanda, alla fine, resta aperta. Quanto sappiamo davvero di ciò che ci circonda? E cosa scegliamo di farne.

