(di Francesca Romana Riello). Pane, stretta sulla dicitura “fresco”: verso una legge per fare chiarezza. Il pane è una cosa semplice, quotidiana. Proprio per questo, quando le parole diventano elastiche, il rischio è che a saltare sia la fiducia di chi compra.

Il disegno di legge sulla produzione e vendita del pane ha ottenuto il via libera dalla Commissione Industria del Senato. Non è ancora il traguardo finale, ma è un passaggio politico e normativo che pesa, perché mette mano a un terreno rimasto per anni incerto.

Il punto da cui parte tutto è una definizione. Cosa si può chiamare davvero “pane fresco” e cosa invece non può più esserlo. Una distinzione che sembra elementare, ma che finora elementare non è stata affatto.

Pane, stretta sulla dicitura “fresco

Secondo il testo, la dicitura potrà essere utilizzata solo per il pane prodotto senza interruzioni, senza congelamento o conservazione e messo in vendita entro tempi precisi dalla cottura. Non una formula generica buona per tutto, ma una categoria delimitata.

Per il consumatore significa poter leggere meglio quello che ha davanti. Per chi lavora nel settore, significa misurarsi finalmente con regole più nette.

Negli anni la parola “fresco” è stata usata in modo largo, a volte troppo. E quando i confini si allargano troppo, a rimetterci sono sempre due soggetti: chi acquista senza strumenti per distinguere e chi produce davvero ogni giorno.

Cosa cambia nei punti vendita

Il disegno di legge non si ferma alla definizione. Entra anche nei negozi, nei panifici, nei supermercati, cioè nel punto esatto in cui il cliente sceglie.

Il pane ottenuto da impasti surgelati o precotti dovrà essere fisicamente separato da quello fresco, con indicazioni chiare e riconoscibili. La novità, quindi, non sarà solo lessicale ma visibile.

L’obiettivo è cancellare una pratica che si è consolidata nel tempo: vendere come appena sfornato un prodotto che ha seguito un percorso diverso, spesso industriale, e che arriva all’ultima fase solo al momento della cottura finale.

Non è un dettaglio. È una delle ambiguità che più hanno inciso sulla percezione del consumatore.

Il nodo non è vietare un prodotto rispetto a un altro. Il nodo è permettere a chi compra di sapere che cosa sta comprando, senza dover interpretare etichette opache o affidarsi all’apparenza.

In questo senso il provvedimento prova a riportare trasparenza in un settore dove la trasparenza, finora, è stata spesso più evocata che garantita.

Pane, stretta sulla dicitura “fresco

Pane, stretta sulla dicitura “fresco”: verso una legge per fare chiarezza

C’è poi il capitolo delle sanzioni, ed è forse quello che dà davvero misura della stretta.

L’uso improprio della dicitura “pane fresco” viene equiparato a frode commerciale. Non si parla quindi di una semplice irregolarità formale, ma di una violazione che incide direttamente sul rapporto con il consumatore.

Le conseguenze previste comprendono multe e, nei casi più gravi, anche la possibilità di sospensione dell’attività.

È un cambio di impostazione piuttosto netto. Finora il tema era rimasto spesso confinato alla correttezza commerciale o alla concorrenza tra operatori. Con il ddl, invece, il baricentro si sposta sulla veridicità dell’informazione data a chi compra.

In altre parole: non si tutela solo il mercato, si prova a tutelare anche la fiducia.

Ed è probabilmente questo il motivo per cui il provvedimento viene letto con attenzione non solo dai panificatori, ma anche dalle associazioni di categoria che da anni chiedevano una cornice più chiara.

Pane, stretta sulla dicitura “fresco

Tra tutela dei consumatori e lavoro artigiano

A Verona il tema non è secondario. I panificatori artigiani sono circa duecento, dentro un comparto che a livello nazionale conta oltre 18 mila attività.

Dietro questi numeri ci sono laboratori, turni notturni, lavorazioni quotidiane, costi, manualità e una concorrenza che negli ultimi anni si è fatta sempre più difficile.

Per questo il provvedimento viene letto anche come una forma di riconoscimento per chi continua a produrre pane in modo artigianale, senza scorciatoie e senza ambiguità.

«È un riconoscimento fondamentale», dice Gaia Crisetti, presidente di Confartigianato Alimentazione Verona. «Da tempo chiediamo regole chiare per distinguere i prodotti di qualità e contrastare la concorrenza sleale».

Sulla stessa linea Devis Zenari, presidente di Confartigianato Imprese Verona: «È una normativa importante perché restituisce valore al pane artigianale e garantisce ai consumatori un’informazione corretta. Finalmente si fa chiarezza in un mercato dove le differenze non erano evidenti».

Il percorso legislativo non è ancora concluso, questo va detto. Ma il segnale arrivato dal Senato è chiaro e, per il settore, atteso da tempo.

Dopo anni di definizioni elastiche e confini poco leggibili, si prova a rimettere ordine partendo da una parola semplice. Pane fresco, stavolta, con un significato preciso.

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