(di Francesca Romana Riello) – Verona ospita la Biennale dell’éducation nouvelle.
Che cosa significa oggi educare? Non in teoria, ma dentro classi sempre più complesse, tra disuguaglianze che si allargano e un sistema che fatica a tenere insieme tutto.
Stamattina, al liceo delle Scienze umane e musicali “C. Montanari”, si è presenterà , la V Biennale Internazionale per l’Éducation Nouvelle. Per la prima volta l’evento esce dalla Francia e approda a Verona: dal 29 ottobre al 1° novembre arriveranno in città oltre 500 tra insegnanti, pedagogisti, filosofi e ricercatori da quaranta Paesi.
La Biennale nasce nella rete internazionale Convergence(s) e mette insieme realtà che in Italia lavorano da anni sulle pedagogie attive: Movimento di Cooperazione Educativa, Cemea, Polo Europeo della Conoscenza. Percorsi diversi, ma una stessa idea di fondo: la scuola non può limitarsi a trasmettere contenuti.
Il titolo scelto è “Ri-umanizzare l’educazione”. Non è uno slogan. È una presa d’atto. Nel rapporto tra chi insegna e chi apprende qualcosa si è incrinato: classi più difficili da tenere insieme, divari che crescono, un equilibrio che salta sempre più spesso.
A cambiare non sono solo gli studenti, ma il contesto in cui crescono. Più fragilità, più distrazioni, più fatica a restare dentro tempi e regole che la scuola continua a proporre come se fossero immutabili.

Un confronto internazionale che parte dalle aule e guarda alle fratture educative
L’impostazione non è quella del convegno accademico. Qui il punto sono le pratiche: cosa succede davvero nelle aule, come si costruisce partecipazione, con quali strumenti si recupera chi resta indietro.
Le esperienze che arriveranno a Verona parlano di didattica attiva, di lavoro di gruppo, di apprendimento che passa anche dal corpo e dalla relazione. Metodi che non sono nuovi, ma che restano ancora marginali rispetto all’impianto tradizionale.
Il tema, in fondo, è tutto qui: quanto spazio c’è oggi, nella scuola, per cambiare davvero modo di insegnare.
Gli organizzatori parlano di “fiera delle idee”. Formula larga, ma che tiene se si guarda all’obiettivo: mettere in circolo pratiche, non solo principi.
Perché il rischio, sempre più evidente, è che il dibattito sull’educazione resti lontano, mentre nelle classi si continua a lavorare con strumenti che non bastano più.

Verona ospita la Biennale dell’éducation nouvelle
La scelta di Verona non è solo organizzativa. Portare qui la Biennale significa uscire da un circuito consolidato e misurarsi con contesti diversi, dove le stesse criticità cambiano forma.
E anche il luogo dice qualcosa. Il Montanari non è una sede neutra: è una scuola che forma futuri educatori, ed è da qui che parte un percorso che in autunno si allargherà tra incontri, laboratori e momenti aperti.
Non solo per addetti ai lavori, ma per chi la scuola la vive ogni giorno.

Al Montanari la prima tappa pubblica di un evento che chiama in causa insegnanti e studenti
I numeri dell’abbandono scolastico restano. Le disuguaglianze educative anche. Non sono nuovi, ma continuano a pesare.
In molte classi la distanza tra chi riesce a stare al passo e chi no si allarga già nei primi anni. Recuperare dopo diventa più difficile, spesso impossibile.
E allora la questione non è solo didattica. È anche culturale: che idea di scuola si vuole tenere in piedi.
Trasmissione di contenuti o costruzione di competenze. Selezione o inclusione. Valutazione o accompagnamento. Scelte che non stanno nei documenti, ma nel lavoro quotidiano.
La Biennale proverà a stare in questo spazio, senza scorciatoie.
E allora si torna lì, alla domanda iniziale. Che cosa significa, oggi, educare davvero?

