(di Francesca Romana Riello). Spasticità, a Verona si cura con il freddo: un ago, una sonda, una temperatura sotto zero. E il muscolo che si rilassa. Non è un’immagine da laboratorio, ma una pratica clinica già in uso. La crioneurolisi è arrivata all’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona nel 2022, prima applicazione in Italia nel trattamento della spasticità e da allora è entrata stabilmente nel repertorio del reparto di Neuroriabilitazione.

Il freddo al posto del farmaco, il segnale nervoso si interrompe
Il principio è diretto, quasi elementare: il freddo applicato in modo selettivo sul nervo interrompe temporaneamente la trasmissione del segnale. Il muscolo smette di contrarsi, la rigidità cede, il movimento torna possibile. Non si elimina il problema alla radice, ma si interviene esattamente dove nasce il sintomo.
La procedura avviene con una sonda che genera una piccola sfera di ghiaccio all’estremità. È lì che si gioca tutto: precisione millimetrica, effetto localizzato, nessuna diffusione sistemica. Un approccio diverso da quello farmacologico, che lavora invece su tutto l’organismo.
Non è un dettaglio tecnico. È un cambio di logica.

Spasticità: a Verona si cura con il freddo
La spasticità non è una condizione rara. Compare dopo un ictus, un trauma cranico, una lesione midollare, nella sclerosi multipla. Nei bambini si manifesta nella paralisi cerebrale infantile. In tutti i casi si traduce nello stesso esito: rigidità, spasmi, difficoltà nei movimenti. E soprattutto perdita di autonomia.
Muovere un braccio, appoggiare un piede, mantenere una postura: gesti che diventano faticosi, a volte impossibili. È lì che la spasticità smette di essere una definizione clinica e diventa vita quotidiana.
Intervenire su questo significa restituire qualcosa di concreto. Non solo funzione, ma margine.

Una rete di terapie, la crioneurolisi si inserisce senza sostituire
La crioneurolisi non arriva per sostituire. Si aggiunge. È uno strumento in più dentro un sistema già strutturato.
Nel reparto convivono approcci diversi: tossina botulinica, blocchi nervosi, pompe al baclofen, riabilitazione robotica, realtà virtuale, teleriabilitazione. Tecniche che lavorano su piani diversi e che vengono combinate in base al paziente.
Non esiste un percorso unico. Esiste una costruzione progressiva, caso per caso.
Accanto a questo c’è il lavoro meno visibile ma decisivo: il laboratorio di analisi del movimento e il gruppo interdisciplinare che interviene quando serve un approccio chirurgico-funzionale.
Lo scorso anno il reparto ha registrato circa mille trattamenti per pazienti con spasticità. Un dato che restituisce la dimensione del bisogno e della risposta costruita nel tempo.
«La possibilità di disporre di una tecnica all’avanguardia come la crioneurolisi, spiega il professor Nicola Smania, rappresenta un esempio virtuoso di collaborazione tra Università e ospedale».
Per il professor Alessandro Picelli è «l’ultimo tassello di un ventaglio già ampio di possibilità».
Detto così rischia di sembrare teoria. In realtà è molto più concreto: più strumenti, più scelta. E scegliere meglio, in questi casi, fa la differenza.
Perché non tutti partono dallo stesso punto. Non tutti rispondono allo stesso modo:la crioneurolisi entra proprio qui. Quando serve un intervento mirato, controllabile nel tempo.
Non è la soluzione per tutto. Ma in alcuni casi è quella giusta.
A Verona, oggi, quella pallina di ghiaccio non è più una sperimentazione. È una possibilità concreta.
E per chi ha perso movimento, anche solo in parte, una possibilità è già molto.

