(Angelo Paratico) Marisa Benini, grande libraia veronese, è morta sabato 9 maggio. Per decenni è stata la colonna portante della Libreria Ghelfi di Via Roma. Aveva un computer al posto del cervello e ricordava con precisione la gran parte dei libri che teneva sugli scaffali e sapeva creare collegamenti e intrecci sulla gran parte degli autori.
Vedendo lei in azione, ho capito perché il popolo longobardo era guidato da donne, come la vecchia Gambara, ricordata da Paolo Diacono. Oppure Molly, impiegata del MI6 britannico e collega di James Bond. Quella signora inglese mandata in pensione alla fine degli anni ’50, che sapeva riconoscere un agente segreto sovietico, anche se si cammuffava. Come ci riusciva? Aveva una memoria fotografica per i loro orecchi.
La Marisona, libraia di livello eccelso

La Marisona, così la chiamavano, è volata in cielo e ormai starà già discorrendo con Dante e Aristotele, se vedrà l’anima in pena di Spadolini, gli chiederà conto di un certo manoscritto che gli aveva prestato e che lui non restituì. L’amata nipote Graziella Lancellotti è arrivata mezz’ora prima della sua morte e ha potuto tenerla per mano. Aveva avuto un crollo importante circa 3 anni fa e, da allora, la si era dovuta portare al Ricovero Oasi al Barana di Borgo Venezia.
Nella sua libreria sono passati molti grandi della letteratura italiana e lei li ricordava tutti: Elio Vittorini, Salvatore Quasimodo, Giovanni Comisso, Alfonso Gatto, Paolo Volponi, Carlo Cassola, Indro Montanelli, Piero Chiara, Giuseppe Berto, Giorgio Saviane, Alberto Bevilacqua, Roberto Gervaso, Jean Pierre Jouvet, Mario Pomilio, Aldo Busi, Lionello Fiumi, Silvio Pozzani, Arnaldo Ederle e tanti altri. Non si contano i pittori con le loro mostre, che gestiva Bruno, fratello del noto gallerista Giorgio Ghelfi e nipote del vescovo Fogolla, trucidato in Cina dai Boxers nel 1900.

Oggi nel suo vecchio negozio si è trasferito Il Libraccio e, per fortuna, continua a vendere libri, come quando c’era lei.
