Il caso Canella-Bruneri che divise l’opinione pubblica e toccò Verona
(Claudio Beccalossi) Giusto un secolo fa, all’inizio di marzo 1926, a Torino avvenne l’antefatto di quanto, successivamente, sarebbe esploso come un caso giudiziario-mediatico destinato a durare anni e con certezze minate tuttora da dubbi insinuanti: la questione dello “smemorato di Collegno” e la contesa della sua identità tra Giulio Canella e Mario Bruneri.
Conseguenze pubbliche e private che riguardarono un veronese d’adozione, dichiarato disperso nell’attuale Macedonia del Nord (nei pressi dell’ex Manastir oggi Bitola, ai piedi dei monti Baba o Baba Planina, nell’ambito del Fronte Macedone o di Salonicco), il 25 novembre 1916, il filosofo ed educatore Giulio Canella, abitante con la famiglia nel villino Liberty Bachbauer Canella, in viale Gabriele D’Annunzio.
Canella nacque il 5 dicembre 1882 a Padova, dove studiò e si laureò in Filosofia nel 1904. Tre anni dopo conseguì la laurea in Lettere. Dal 15 ottobre 1904 al 15 gennaio 1905 insegnò Lettere e Filosofia nel Collegio vescovile di Thiene (Vicenza). Precettato, venne congedato nell’agosto 1906 trasferendosi a Verona, in quanto nominato dapprima supplente di Lettere e poi professore di Pedagogia e Morale alla Scuola Normale “Alessandro Manzoni”, in seguito istituto magistrale, diventandone direttore nel 1907. Collaboratore di riviste ed autore di pubblicazioni a tema, cofondò il 13 gennaio 1909 (assieme a padre Agostino Gemelli – al secolo Edoardo – , Giovanni Battista Coris e Giuseppe Zamboni), la “Rivista di Filosofia neo-scolastica”, trimestrale.
Giulio si sposò nel 1913 con Giulia Canella (figlia di suo cugino Francesco, possidente in Brasile, nata appunto a Rio de Janeiro). Ebbero 2 figli, Margherita e Giuseppe. Mobilitato nel maggio 1915, fu esentato dal servizio militare e richiamato nel maggio 1916. Fino alla sua “sparizione” del 25 novembre successivo, dal silenzio che ebbe un inatteso sussulto dopo la pubblicazione, ne “La Domenica del Corriere” del 6 febbraio 1927, d’una nota con foto: Chi lo conosce? Ricoverato il giorno 10 marzo 1926 nel Manicomio di Torino (Casa Collegno). Nulla egli è in condizione di dire sul proprio nome, sul paese di origine, sulla professione. Parla correntemente l’italiano. Si rileva persona colta e distinta dell’età apparente di anni 45.
Contemporaneamente, “La Stampa” diffuse un’intervista all’anonimo che contribuì ad accrescere l’interesse generale. Il giornalista Ugo Pavia sottolineò una certa somiglianza del tizio con Nikolaj II Romanov (Nikolaj Aleksandrovič Romanov, Carskoe Selo, 18 maggio 1868, 6 maggio del calendario giuliano – Ekaterinburg, 17 luglio 1918), ucciso con la famiglia dai rivoluzionari bolscevichi, instillando la “teoria del complotto”, allora in auge, che ritenne sopravvissuto all’eccidio l’ultimo zar di Russia.
Un ulteriore annuncio con ritratto grafico sull’“Illustrazione del Popolo” (supplemento della “Gazzetta del Popolo”) del 13 febbraio 1927 ampliò ulteriormente il caso: L’“uomo di Collegno” è tornato all’onore della cronaca. Pubblichiamo questo interessante documento nel quale l’enigmatico personaggio appare dopo il taglio della fluente barba operato recentemente per ordine dell’autorità giudiziaria (Schizzo eseguito dal pittore Alfredo Ortelli).
Si trattò d’una persona fermata, ai primi di marzo 1926, con l’accusa d’aver trafugato uno o più vasi funerari dal settore ebraico del Cimitero monumentale di Torino. Arrestato, non riuscendo ad ottenere informazioni sulla sua identità, venne trasferito nel manicomio di Collegno, a circa 5 chilometri da Torino, venendovi internato definitivamente il 2 aprile 1926, secondo disposizione del tribunale.
In seguito agli appelli sui giornali, tra quanti scrissero o si recarono a Collegno credendo si trattasse d’un proprio congiunto, oltre al fratello di Giulio, Renzo (convinto tramite lettera d’averlo riconosciuto) e la stessa moglie (che, il 27 febbraio, ne appurò direttamente la personalità), lo sconosciuto, stabilito quale Giulio Canella, il 2 marzo 1927 venne dimesso dal manicomio senza la necessaria autorizzazione giudiziaria ed affidato, appunto, all’asserita sposa Giulia.
Altre circostanze sopravvenute complicarono la trama. Una lettera anonima recapitata il 7 marzo 1927 alla questura di Torino avanzò l’ipotesi che lo “smemorato” potesse essere il pregiudicato Mario Bruneri (nato a Torino il 18 giugno 1886), ex tipografo. Con Rosa Negro, sua coniuge, ebbe il figlio Giuseppe. Separatosi, indossò la divisa militare tra il 1915 ed il 1918. Quindi, accumulò arresti, condanne, detenzioni e reati tra il 1920 ed il 1923. Lasciata Torino con l’amante di turno, Camilla Ghedini, per altri lidi furfanteschi, si stabilì a Genova con il falso nome di Raffaele Lapegna fino all’agosto 1925. Cambiò nuovamente residenza ed identità a Milano, quale Adolfo Mighetti. E nel gennaio 1926 rifece capolino a Torino, nelle vesti fittizie di Ziolfo Mighetti. Insomma, non certo uno stinco di santo… Messo a confronto, il dapprima ipotizzato Giulio Canella venne riconosciuto come Mario Bruneri da familiari, conoscenti e… amante.

Per effetto della nuova verifica, la persona di cui si prese cura Giulia venne ricondotta nell’ospedale psichiatrico di Collegno ed il tribunale assegnò all’illustre psichiatra e neurologo Alfredo Coppola (Palermo, 7 luglio 1888 – Palermo, 12 giugno 1957) l’incarico di perito per il vaglio delle condizioni mentali dell’uomo. La relativa perizia psichiatrica, depositata l’8 settembre 1927, stabilì trattarsi di Mario Bruneri, privo di indizi d’incapacità d’intendere e di volere, simulatore d’amnesia per evitare il carcere e senza istinti suicidi (in precedenza ritenuti manifesti).
Aggirati tre ordini di cattura a suo carico e tratto in arresto in custodia del manicomio, considerando ancora parziale il riconoscimento quale Bruneri in ambiti penali ed applicando il principio del diritto In dubio, pro reo (Nel dubbio, in favore dell’imputato), all’individuo non vennero applicati gli stessi ordini di cattura. Fu richiesto per l’affidamento sia dai familiari Canella che da quelli Bruneri. Il tribunale, in modo pilatesco, decretò il rilascio e l’assegnazione della custodia all’avvocato Gino Zanetti, già incaricato della tutela legale dello “smemorato” e convinto assertore della versione Giulio Canella. Infatti, provvide subito a consegnarlo a Giulia Canella.
Con la sentenza del 22 ottobre-5 novembre 1928, il tribunale civile di Torino respinse l’istanza della famiglia Canella per nuove indagini d’accertamento e decretò le generalità della persona in Mario Bruneri.
Ma il “caso Canella-Bruneri” proseguì testardamente in un tira e molla giudiziario, tra ricorsi in appello, cassazione ed ancora appello, assumendo contorni di rilevanza popolare, con “tifoserie” canelliane e bruneriane. Giulia dimostrò tenace certezza nel ritrovato marito Giulio, al punto da mettere al mondo 3 figli con lui, tra il 1928 ed il 1931, registrati all’anagrafe col cognome della madre (comunque uguale a quello del congiunto), cioè Canella.
Dopo l’ultima sentenza sfavorevole alla tesi Canella e di conferma della posizione Bruneri, il 5 giugno 1931, infine, l’amnesico (reale o presunto) venne arrestato e tradotto dapprima nel complesso carcerario “Le Nuove” di Torino e, poi, in quello di Pallanza, sul lago Maggiore. Il 24 dicembre 1931 la cassazione, a sezioni unite, rigettò irrevocabilmente l’estremo ricorso. Per la legge fu, una volta per tutte, Mario Bruneri.
L’8 gennaio 1932 Giulia Canella presentò istanza di grazia appellandosi alla regina consorte d’Italia, Elena del Montenegro, in concomitanza con la data del suo compleanno. Mentre la famiglia Bruneri rivolse supplica al re Vittorio Emanuele III. Un’amnistia ridusse la pena del detenuto ottenendo la liberazione il 1° maggio 1933, con foglio di via obbligatorio e destinazione Verona.
La coppia, già nel settembre seguente, richiese il rilascio dei passaporti per stabilirsi in Brasile con i cinque figli ma l’addio all’Italia ebbe l’iniziale negazione del visto dalle autorità consolari carioca perché, come Mario Bruneri, con precedenti penali. Risolto l’intoppo burocratico, Mario/Giulio e Giulia, assieme alla prole, s’imbarcarono sul transatlantico “Conte Biancamano” il 19 ottobre 1933. Iscrittosi all’anagrafe brasiliana quale Giulio (o Júlio) Canella e raggiunta una certa padronanza del portoghese, l’ex “smemorato di Collegno” intervenne in conferenze, pubblicò libri ed articoli sfruttando anche la notorietà raggiunta, per le sue vicissitudini, anche nel Paese latino-americano. Malato di diabete ancora dai momenti della reclusione, il (forse) ex Desmemoriado de Collegno (in portoghese) si spense a Rio de Janeiro l’11 dicembre 1941, venendo tumulato con le generalità di Giulio Canella. La moglie Giulia, a sua volta, morì nella stessa città brasiliana il 24 luglio 1977.
Il 10 giugno 1970 la Chiesa Cattolica Romana, attraverso monsignor (poi cardinale) Giovanni Benelli (Sostituto per gli Affari Generali presso la Segreteria di Stato), ufficializzò il riconoscimento dello “smemorato” in Giulio Canella legittimando, così, i figli nati dopo la sua “riapparizione”.
Esami del DNA resi pubblici il 9 luglio 2014, però, avrebbero affossato la certezza canelliana ma il mistero della verità storica ed inoppugnabile su quella persona aleggia ancora. Nonostante la mole investigativa, giornalistica, letteraria, teatrale, cinematografica, radio-televisiva prodotta sull’evento romanzesco, dai gravosi risvolti psicologici ed umani.
