(di Gianni Schicchi) Un centenario dalla nascita di Turandot andava ben ricordato in Arena, tantopiù se poi facilitato da quel favoloso allestimento che Franco Zeffirelli le seppe dare nel 2010: una delle più mirabolanti eredità che il regista e scenografo fiorentino abbia lasciato in dote a Verona.     

La sua Turandot arci conservatrice da allora è persino cresciuta in freschezza – grazie alle cure scenografiche della Fondazione – formulata in una scala monumentale che fa valere sempre meglio la netta separazione tra il fiabesco empireo dorato dei potenti e la fangosa miseria terrena della moltitudine, con l’aggiunta di una formidabile tecnica di palcoscenico, data dalle centinaia di coristi e figuranti che in pochi secondi svaniscono dietro le quinte: un complesso di maestranze a cui va attribuito grande merito del successo dell’opera.      

Nuovi plausi giungono poi dal fronte musicale, dove Andrea Battistoni (un ritorno dopo essere diventato direttore musicale del Teatro Regio di Torino) ci mostra come sotto la sua bacchetta il capolavoro pucciniano inceda con la stessa sferzante nitidezza d’assieme e la stessa rivelatoria modernità di lettura date al chiuso di un teatro, mentre sui gradoni regna un silenzio d’ascolto così rapito da lasciar a bocca aperta. 

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Un direttore esemplare e saggio, che costruisce progressivamente un proprio spazio, soprattutto dopo la prima parte, quando il gesto si distende e il discorso acquista maggiore continuità. Il fraseggio si fa più curato, i piani sonori si articolano con maggiore evidenza e affiorano dettagli orchestrali rifiniti, filigrane timbriche e intrecci interni che restituiscono profondità al tessuto musicale. Si avverte un senso controllato del colore ed una capacità naturale di valorizzare i passaggi più teatrali della partitura.

Anche quando la coesione si allenta, resta saldo un principio fondamentale, quella retorica orchestrale pucciniana che continua a sostenere il discorso e a orientare il senso. Così accade che lo spettatore – anche il più avvezzo a un titolo di facile effetto come Turandot – possa lasciarsi coinvolgere emozionalmente in alcuni passaggi dell’orchestra. Ed è forse questo il dato più significativo: non un’emozione continua, “ma intermittente”, che emerge quando la musica riesce a sottrarsi, anche per solo qualche istante, alla sovrastruttura visiva.          

Sei recite in Arena per ricordare questo centenario di Turandot, con una parata di grandi voci, nonché di voci grandi. Per la gioia dei vari “sommeliers” in materia, la lista dei cantanti presenta innanzitutto: il soprano Anna Pirozzi (in due recite agostane ci sarà pure Lise Lindstrom, interprete prestigiosa dell’Elettra al Filarmonico) che nella parte della protagonista vanta centri di inusitato corpo, un accento efficacissimo e acuti senza indugi. Il soprano torna in Arena con il suo personaggio simbolo, cui presta una vocalità “all’antica”, caratterizzata da compattezza nell’emissione ed un fraseggio che percorre binari consolidati con personalità e intelligenza. Non avrà le seduzioni timbriche e le raffinatezze mostrate da qualche illustre collega, ma le compensa ampiamente con una maggiore idiomaticità ed una conoscenza approfondita della parte.  

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Come principe ignoto, Seok Jong Baek (rimpiazza per una sera l’americano Brian Jagde colpito da un virus), si ripete dopo l’affermazione in Aida, ostentando ammirevole facilità, grande squillo, trascinante comunicativa, senza titubare sul famoso “Nessun dorma” – ma neppure nel “Ti voglio tutta ardente d’amore” – sparando una versione pentatonica in modo persino sfacciato. Un convincente Calaf dalla pronuncia perfetta. La Liù di Mariangela Sicilia è una meraviglia di naturalezza, dal filato semplicemente magistrale, in una messe di voce davvero da manuale. Rinuncia alla tradizionale figura mesta e sofferente, giungendo al doppio arioso finale con una progressiva intensità tragica.

Timur per una serata è Alexander Vinogradov, morbido ed eloquente, giustamente anche col tono profondo come tocca alla parte. Imponente il Ping di Gezim Mysketa (ormai uno dei nostri) che guida saggiamente il trio delle maschere, composto dagli ottimi Matteo Macchioni (Pong) e Saverio Fiore (Pang). Un Altoum di lusso infine per l’impeccabile Carlo Bosi, ancora in grande spolvero: il suo canto è corretto ad un punto quasi maniacale; ben coperti anche gli altri ruoli iniziando dal mandarino del debuttante in Arena, Ankhbayar Enkhbold, per finire al principino di Persia di Nicolò Dal Ben, alle ancelle di Turandot, Grazia Montanari e Tamara Zandonà, a testimonianza dell’impegno dell’intero casting.

Meritano un plauso speciale, Roberto Gabbiani che ha guidato con la solita professionalità un coro straordinario per compattezza e volume di suono e il più giovane collega Matteo Valbusa alla guida delle voci bianche dell’Arena, per la loro prima volta in palcoscenico, con livelli davvero paradisiaci. Arena vicina all’esaurito con applausi insistiti e grida d’entusiasmo che hanno accolto i protagonisti alle uscite finali.