(di Gianni Schicchi) Un “tutto Rachmaninov” col botto (visto l’enorme successo della serata) ha chiuso il 35° Settembre dell’Accademia. In programma: il Terzo Concerto in re minore, solista il pianista Nikolai Lugansky e la Seconda Sinfonia in mi minore, con la direzione di Stanislav Kochanovsky: un vero piatto forte per chi ama la musica dell’ultimo romantico. I due interpreti russi hanno appena concluso l’intera produzione di Rachmaninov al Parco della Musica di Roma, sede dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia con cui hanno condiviso la serata al Filarmonico, prima uscita della loro tournée.
Sul Terzo concerto per pianoforte si sono spese pagine intere di analisi e recensioni, sin dal suo duplice debutto nel 1909 a New York. Si tratta di una pagina ricca di invenzione melodica, trascinante, con calibrata intenzione e dall’impianto sinfonico che richiama le medesime pagine della seconda metà dell’Ottocento, in primis Ciajkowskij. L’utilizzo non solo dialogante, ma anche percussivo della tastiera, è anch’esso un sintomo di come la ricerca compositiva dei vari musicisti stesse sempre più sperimentando e portando avanti soluzioni e novità colte in forme diverse. Se si ha un secolo nel quale sono coesistiti i generi più disparati e spesso in contrapposizione, questo è stato per l’appunto il cosiddetto “Secolo breve”.

Bastano le prime battute per comprendere come Nikolai Lugansky vada molto oltre il fare bene tutte le note, uscendo vittorioso dal confronto con l’intricata scrittura del compositore russo. Un’esecuzione magnifica la sua, che al di là dell’impressionante controllo tecnico sorprende per la maturità interpretativa, la quasi assoluta fedeltà al testo (dove il quasi si riferisce ad alcune varianti di tradizione) e allo stesso tempo la travolgente fantasia capace di inondare di freschezza una partitura così inflazionata. Lo si nota ovviamente nei tanti passaggi di disperante difficoltà tecnica, affrontati con spavalderia, evidenziandone il senso espressivo e le componenti interne, ma anche nei rari momenti di spoglia linearità melodica, resi con raffinatezza incantevole, a cominciare dall’enunciazione del candido tema principale del primo tempo. L’intero Allegro ma non tanto inziale, offre innumerevoli esempi della sua intelligenza nello sforzo di interagire con l’orchestra, senza mai forzare il testo per mettersi in luce a tutti i costi.
Sceglie come Rachmaninov stesso, la cadenza più breve e meno massiccia, che si integra meglio con la luminosa fluidità della sua lettura. Il suono morbido delinea con poetica tenerezza il tema dell’Intermezzo e nelle fiammate iridescenti della parte centrale il suo pianismo si carica di una inquietudine avvincente, mentre il Finale è affrontato ad un tempo velocissimo, senza che tanta foga sconfini in meccanicità dimostrativa, ma anzi conservando fino all’eccitazione parossistica della coda un’enorme varietà di colori.
Ế la dimostrazione di un interprete che si è ormai confermato fra i maggiori specialisti di Rachmaninov (se non il maggiore) anche per la finezza poetica dell’interpretazione. Ciò che si ammira ulteriormente è poi il dialogo armonioso ed equilibratissimo da lui stabilito con l’orchestra, grazie alla sensibilità di un direttore come Stanislav Kochanovsky e all’eccellente comportamento dell’organico di Santa Cecilia. Al termine del concerto Lugansky è stato letteralmente travolto dall’ ovazione interminabile del pubblico, alzatosi poi in piedi per applaudirlo. Concesso come bis il Preludio op. 23 n° 5, ovviamente di Rachmaninov.
La Seconda Sinfonia composta nel corso del 1907 è invece una complessa partitura in quattro movimenti, considerata insieme al poema sinfonico L’isola dei morti e alle Danze Sinfoniche del 1940, il lavoro orchestrale più importante di Rachmaninov. L’oscuro clima di lamentosa reminiscenza che nel Largo iniziale sale dai registri gravi dell’orchestra, è segno di una visione negativa e tragica dell’esistenza, che Rachkmaninov aveva già descritto nel Prologo dell’opera teatrale Francesca da Rimini (1906) e che riproporrà in modo addirittura ossessivo nell’Isola dei morti. A confermare tale visione pessimistica sono quei frammenti della sequenza gregoriana del Dies Irae, che si insinuano in vari punti della sinfonia e che riappaiono – quasi un motto di negatività, appunto – in altre sue composizioni.
Tutto ciò vale a smentire l’immagine di un Rachmaninov compositore superficiale, dai facili quanto effimeri successi, costruitigli addosso dalla critica durante gli anni del suo esilio americano, sulla scia del successo hollywoodiano delle colonne sonore ispirate al suo suadente melodismo.

La durata assai estesa della Sinfonia è dovuta in particolare nel primo movimento, ma anche nell’Adagio, alle ripetizioni di alcune parti, oltre che alle citazioni di temi tratti dal sinfonismo russo, il che determina alcuni momenti di prolissità, riscattati però da una superba orchestrazione. Il grande lavoro di concertazione di Kochanovsky, su questa difficile partitura, lo si nota e ammira nel secondo movimento, l’Allegro molto, che ha la tipica struttura tripartita di uno Scherzo; nell’episodio centrale dove Rachmaninov fa mostra di una geniale abilità contrappuntistica, che l’orchestra ha saputo mettere in bella evidenza grazie al riuscito amalgama tra le sue varie sezioni. Una tendenza confermata dalla contenuta effusione degli archi nel secondo tema di uno Scherzo, particolarmente eccitante e reso con ammirevole nitore anche nel vorticoso fugato centrale.

L’Adagio ha coerentemente un respiro regolare e una tenerezza espressiva del tutto particolare e il Finale sfoggia una grinta vitalistica di lussureggiante sfarzo straussiano. Il successo della serata è strabiliante (teatro esaurito), con applausi ritmati per salutare la migliore orchestra italiana e la sorprendente direzione di Stanislav Kochanovsky.
