(Angelo Paratico) A volte i grandi poeti vedono cose che gli economisti, autoillusi dalle proprie risibili formule pseudomatematiche, non riescono a vedere. Eppure, i poeti, proprio a causa della loro sensibilità, sono vulnerabili nei confronti delle masse di filistei. Bello l’esempio di Baudelaire che paragona i poeti a dei grandi albatros, abituati agli abissi celesti che una volta catturati, per proprio divertimento, dai marinai diventano goffi sul ponte della nave, non riuscendo a riprendere il volo.

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Giuseppe Ungaretti a Parigi nel 1913

La terribile crisi finanziaria del 1929 venne prevista a un mese dal suo scoppio da Giuseppe Ungaretti in un articolo pubblicato su Il Tevere di Roma del 22 settembre 1929. Il 24 ottobre 1929 il crack alla Borsa di Wall Street, avrebbe scatenato la grande crisi recessiva mondiale. E non solo, ma parla delle tariffe sulle importazioni imposte da Trump a certe merci.

A quel tempo il poeta viveva con la famiglia a Marino, una cittadina dei Castelli Romani.

POLITICA AMERICANA

Di Giuseppe Ungaretti

Quando il mio vecchio maestro Strowski per farci vedere la segreta formazione d’un verso che commentava, ci parlava dalla sua cattedra in Sorbona di Molinos e di Molina, o quando giocava alle carte al Caffè di Flora come se non avesse altri pensieri (e a un tavolo vicino facevano corona a Apollinaire gli scavezzacolli, e, naturalmente, capitando lì, prendevo posto a quel tavolo) chi l’avrebbe detto che un giorno mi sarei trovato sotto gli occhi sue prose giornalistiche. Un po’ di giudizio, l’abbiamo un po’ messo tutti.

Non sono grandi prose. Eh! Dio mio, facciamo tutti alla buona. Ma non prive di quella fine luce che ogni tanto appariva nelle sue indolenti lezioni. Manda le sue lettere a Paris-Midi dagli Stati Uniti. E chi l’avrebbe detto che si sarebbe messo anche a viaggiare.

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Un poco ginnico Ungaretti in viaggio verso il Brasile nel 1937

In una di queste lettere imparavo che gli americani sono ghiottissimi di zucchero. Ci condiscono perfino l’insalata. Ma pare che questa ghiottoneria avrà la conseguenza di rendere un po’ meno amari all’Europa i tremendi progetti di tariffe doganali, già esaminati e approvati dalla Camera. Qui conviene citare Strowski:

«L’isola di Cuba fornisce una buona parte dello zucchero americano. La sua produzione regola i prezzi. Lo zucchero pagava un diritto del 67% ad valorem. La Camera ha fatto salire questo diritto al 92,36%. Ciò che è proibitivo. I piantatori cubani hanno fatto osservare che l’isola sarebbe stata ridotta alla fame non vivendo che di questa cultura, e gli americani hanno dovuto riconoscere giusti questi lamenti. Ma i partigiani della nuova tariffa hanno risposto che un paese che è giunto all’apice dell’onore e della gloria non si sarebbe abbassato, sacrificando il proprio benessere a quello degli altri popoli. Disgraziatamente Cuba non è un “altro popolo” per gli americani. Essi sono i tutori e i produttori della grande isola. E nessuna coscienza umana, nessuna legge umana può ammettere che un tutore sacrifichi il suo pupillo. I nuovi diritti hanno incominciato su questo scoglio a sconquassarsi e a fare acqua».

I senatori, dunque, butteranno all’aria le nuove tariffe. Credo sia un’altra illusione. Ma sembra che ci sia un’altra considerazione che potrebbe indurli a non seguire la Camera. Il timore del carovita. Gli operai, gl’impiegati, quanti lavorano in città in un ufficio, in una officina, non possono assolutamente subire il minimo nuovo onere. E come dunque? I salari, gli stipendi sono alti. Ma tutto il guadagno è impegnato, impegnato a volte per anni. Le scarpe che hanno ai piedi, il mobilio di casa, i titoli – già, anche gl’impiegati e gli operai speculano in borsa – tutto è preso a credito, pagato a rate.

Tale è l’America delle città, dove non esiste risparmio, un margine tra spesa e guadagno per far fronte a casi imprevisti, dove non solo tutto ciò che si possiede, ma tutto ciò che si spera di giungere a possedere, è messo in gioco. La vita delle città americane è in balia del gioco, d’un krak di borsa. L’altro giorno Bergeret ci raccontava sulla Gazzetta del Popolo che questa possibilità d’un krak generale è un tema che laggiù hanno perfino messo in musica. E non dico che questo modo di vivere non abbia la sua poesia.

M’intendo poco di sociologia, di politica, di economia, ma forse si perde di vista, quando si ragiona come sopra, l’esistenza d’un’altra America, la vera America. Il cuore dell’America non è New York, è il Middle West. Nel Middle West è nata la razionalizzazione, la militarizzazione della produzione: agricola, industriale, mineraria. Per ottenere il massimo rendimento, ma anche per arrivare a quello standard of life a quel benessere delle masse che per gli americani è diventato una cosa sacra. Il Middle West ritiene che per mantenere tale benessere, sia necessario il protezionismo ad oltranza? E se, in seguito a questa politica, la persistenza dello spirito d’avventura degli antichi pionieri, lo spirito di gioco che rappresenta New York, dovesse subire una sconfitta, perché dovrebbe essere tanto difficile, a uomini come quelli del Middle West, impedire che ciò metta in una situazione angosciosa operai e impiegati?

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In Brasile negli anni Trenta