E pensare che l’Unione era cominciata proprio dall’energia: CECA
(Attilio Zorzi) La Germania rompe gli indugi sul fronte energetico europeo e introduce un prezzo calmierato dell’elettricità per le industrie energivore, con l’obiettivo di sostenere settori strategici in difficoltà come chimica, acciaio, vetro, ceramica e automotive.
Per l’industria tedesca energia a 5 centesimi. In Italia a 25
Dal 1° gennaio 2026 e fino al 31 dicembre 2028, le aziende energivore tedesche potranno beneficiare di una tariffa di 5 centesimi di euro per kilowattora (kWh), ben al di sotto della media industriale 2024 di 16,77 cent/kWh (ridotta a 10,47 cent/kWh per chi già usufruiva di tariffe agevolate). L’importo totale del sussidio è stimato tra 3 e 5 miliardi di euro, regolato da norme europee che consentono ai governi di offrire aiuti fino al 50% del prezzo all’ingrosso dell’elettricità, con un tetto massimo sul consumo annuo di ciascuna azienda.
Tuttavia nel concreto, dati i consumi delle industrie tedesche, l’aiuto effettivo sarà molto superiore, stimato in circa 8-10 miliardi di euro. Inoltre è bene precisare che l’ok ai sussidi tedeschi da parte di Bruxelles arriva in un momento in cui l’Italia, che paga, invece, la corrente circa 25 cent/kWh, è costretta ad approvare una finanziaria da governo tecnico con pochissime risorse e tagli ai sostegni alle aziende.
Prosegue, quindi, la linea europea del due pesi e due misure: d’altronde l’UE non é certo uno stato sovrano e non è nemmeno equa, ma deve sottostare alle volontà di Berlino.

La crisi in Germania
Ad ogni modo per la Germania la scelta arriva poiché la crisi industriale è davvero acuta: la produzione nel 3° trimestre del 2025 è scesa ai livelli del 1995, con un utilizzo della capacità produttiva del 70%, ben al di sotto dell’81% medio dell’ultimo decennio.
Anche l’industria automobilistica, motore dell’economia teutonica, soffre tantissimo: Volkswagen, Mercedes-Benz e BMW hanno visto un crollo dei profitti del 46% nei primi 9 mesi del 2025. A pesare sono la concorrenza internazionale, i dazi negli Stati Uniti, il rallentamento in Cina e la transizione verso veicoli elettrici, costosa, incerta e soprattutto basata sull’ideologia e non sulla logica. Subappaltatori e industria meccanica collegata registrano cali produttivi significativi e dato il legame molto stretto con la nostra manifattura c’è preoccupazione anche in Italia.

Secondo Peter Leibinger, presidente della Federazione delle Industrie Tedesche (BDI), il declino industriale iniziato nel 2018 sta continuando, e la capacità di indebitamento del governo è ora la principale leva per sostenere le imprese. Il bilancio 2026 prevede una spesa complessiva di 524,5 miliardi di euro, di cui 98 miliardi di debito ordinario e ulteriori decine di miliardi destinati a difesa e infrastrutture. Complessivamente, il governo intende prendere in prestito circa 180 miliardi di euro per stimolare l’economia e compensare il calo degli investimenti privati, ai minimi dal 2015.
La Germania ha spazio fiscale e lo usa, anche se sarebbe opportuno aprire una parentesi sui metodi di conteggio del debito tedesco, che eludono quasi 1.000 miliardi dal conteggio totale, semplificando di molto la vita a Berlino.
Anche Londra a sostegno della sua industria energivora
Anche il Regno Unito, pur fuori dall’Ue, rafforza i sostegni alle industrie energivore. Dal 2026 aumenterà la Network Charging Compensation dal 60% al 90%, garantirà l’esenzione totale dai costi legati alle rinnovabili e al capacity market, e con il British Industrial Competitiveness Scheme ridurrà i costi per un numero crescente di imprese fino al 2027, a riprova di come l’energia sia il tema più importante e delicato di questa congiuntura per l’intera Europa.
Politiche nazionali autonome sul fronte energetico e destabilizzazione
Queste iniziative stanno alimentando il dibattito europeo sulla frammentazione competitiva. Se alcuni Paesi possono sostenere massicci sussidi e altri no, il mercato unico europeo rischia di perdere credibilità e di favorire la delocalizzazione degli investimenti.
In Italia, i principali settori industriali lanciano l’allarme. Secondo Assocarta, il settore cartario affronta costi energetici tra i più alti d’Europa, mentre Assofond che rappresenta le fonderie, denuncia come la differenza di costo dell’energia stia diventando insostenibile per bilanci e investimenti.

Inoltre Federacciai, denuncia un doppio standard rispetto alla Germania. L’Energy Release italiana, meccanismo già finanziato ma bloccato dalla Commissione Europea, non è stato ancora attivato, mentre Berlino ottiene un tetto triennale estremamente favorevole.
La scelta tedesca, quindi, conferma la tendenza verso politiche nazionali autonome sul fronte energetico, con effetti potenzialmente destabilizzanti per l’Unione Europea. Il tessuto industriale italiano chiede azioni immediate, sia a livello nazionale al nostro governo, che comunitario, per garantire condizioni di concorrenza eque e preservare la competitività dei settori industriali ad alta intensità energetica.
