Senza certezza della pena il rischio della scorciatoia
(di Francesca Romana Riello). A Verona nasce la Cittadella della giustizia, un progetto che guarda alla giustizia riparativa come strumento di ricomposizione dei conflitti e di rafforzamento del tessuto sociale. Un’idea che, sulla carta, intercetta un bisogno reale. Ma che inevitabilmente solleva una domanda scomoda: può funzionare una giustizia che punta alla riparazione in un Paese dove la giustizia punitiva è spesso percepita come lenta, incerta e, in molti casi, disattesa?
Con la delibera approvata il 30 dicembre, la Giunta comunale di Verona ha dato il via a un percorso in linea con la riforma Cartabia. Un segnale politico e culturale importante, che però si innesta in un contesto nazionale fragile, segnato da una profonda crisi di fiducia nel sistema giudiziario.

La Cittadella della giustizia a S.Michele
La Cittadella sorgerà nell’immobile comunale di piazza Madonna di Campagna 1/a, in Settima Circoscrizione, uno spazio che già ospita Rete Dafne, il Garante per i diritti delle persone detenute e l’Ufficio dei Servizi Sociali per i Minorenni. Un polo che mette insieme funzioni diverse, con l’obiettivo di offrire percorsi alternativi alla risposta penale tradizionale.
L’intento è quello di creare un luogo riconoscibile, accessibile, capace di accompagnare situazioni di conflitto verso soluzioni condivise. Una visione che prova a superare la logica della sola sanzione, ma che chiede, per reggere, un sistema di riferimento solido.
Riparare senza punire?
La giustizia riparativa rappresenta una risposta diversa rispetto alla logica esclusivamente punitiva. Punta al recupero della persona che ha commesso il reato, alla riparazione del danno subito dalla vittima e alla costruzione di accordi che ricuciano relazioni e responsabilità.
Il nodo, però, è tutto qui: la giustizia riparativa non nasce nel vuoto. Presuppone una giustizia punitiva credibile, certa, rispettata. In Italia, invece, la percezione diffusa è quella di pene che arrivano tardi, che spesso non arrivano affatto, o che si perdono nei tempi lunghi dei procedimenti. In questo contesto, il rischio è che la riparazione venga letta non come un passo in avanti, ma come un arretramento.
Tra visione e realtà
Il provvedimento prevede l’istituzione del Centro per la giustizia riparativa e la gestione attraverso la co-progettazione, senza oneri per il bilancio comunale. L’accordo avrà durata triennale, con possibilità di rinnovo. Un impianto amministrativo ordinato, che però dovrà misurarsi con una realtà complessa, fatta di sfiducia, frustrazione e senso di impunità.
“Oggi aggiungiamo un ulteriore tassello verso l’avvio operativo del Centro per la giustizia riparativa- ha spiegato l’assessora alla Sicurezza Stefania Zivelonghi -,che prevediamo di attivare nella prima parte del 2026”. Un obiettivo ambizioso, che richiederà molto più di spazi e procedure.
La vera sfida, oggi, non è scegliere tra punizione e riparazione. È far funzionare entrambe. Perché senza una giustizia che fa rispettare le regole, la giustizia riparativa rischia di apparire come una buona idea costruita su fondamenta fragili.

