Come noto nella notte tra il 2 e 3 gennaio gli Stati Uniti hanno condotto un’operazione militare contro il Venezuela che ha visto la cattura del presidente Nicolas Maduro e della moglie. Federico Dal Cortivo per l’Adige ne ha parlato con il Ten. Colonnello (ris) Fabio Filomeni, incursore del 9° Reggimento d’ assalto ‘Col Moschin’ e autore del libro Io come Chavez, progetto di una rivolta ideale per l’indipendenza e la sovranità dell’Italia e dell’Europa”.

Gli Stati Uniti nella conferenza stampa tenuta a conclusione dell’operazione “absolute resolve” hanno dichiarato, per bocca del Capo degli Stati Maggiori Riuniti Tenente Generale John Daniel Caine, che è stata un imponente operazione interforze che ha permesso agli uomini della Delta Force di catturare il presidente Maduro. Lei che cosa può dire come ex appartenente ad un reparto di élite delle nostre Forze Armate?

«Se valutiamo l’operazione militare fuori dal contesto geopolitico e, soprattutto, del diritto internazionale chiaramente violato, dal punto di vista prettamente operativo è indubbio che sia stata un’operazione di successo compiuta a livello interforze dalle Forze Armate degli stati Uniti. Per i non addetti ai lavori, il termine “interforze” sta a specificare l’impiego contemporaneo di più assetti militari facenti parte di differenti Forze Armate, nel caso specifico Esercito, Aeronautica e Marina militare».

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« Ognuna di queste ha messo a disposizione uomini, mezzi, equipaggiamenti e tecnologia per la condotta dell’operazione “Southern Spear” scattata nella notte del 3 gennaio».

«In gergo militare NATO questo tipo di operazione di livello strategico per l’importanza dell’obiettivo – cattura di un Capo di Stato straniero – viene definita “Azione Diretta” condotta da distaccamenti operativi di Forze Speciali altamente addestrate ed equipaggiate. Sono vere e proprie incursioni in territorio ostile controllato dal “nemico” (le virgolette nel caso specifico sono d’obbligo poiché non c’è nessun conflitto interstatale in corso tra gli USA e il Venezuela) condotte, nel caso specifico, da un distaccamento della “Delta Force” specializzato in operazioni controterrorismo composto – secondo fonti ben informate del Pentagono – da un minimo di 8 a un massimo di 15 operatori».

«Ho qualche dubbio sulla reale tempistica dichiarata per lo svolgimento dell’operazione meno di un minuto: un avvicinamento tattico all’obiettivo, la neutralizzazione del personale di guardia alla casa del presidente Maduro, l’ingresso nell’appartamento e l’esfiltrazione superano abbondantemente i 47 secondi annunciati dal Presidente Trump in conferenza stampa. È chiaro che, di fronte a risultati militari così evidenti, si tenda a utilizzare una comunicazione trionfalistica, sfruttando i mezzi di informazione per esaltare le capacità delle proprie forze armate».

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«Quello che invece non trapelerà mai dal Comando Congiunto per le Operazioni Speciali (Joint Special Operations Command – JSOC) che ha il proprio quartier generale a Fort Bragg, nella Carolina del Nord, e che ho avuto modo di visitare quando ero ancora in servizio è che, per portare a termine operazioni di questa portata, è quasi imprescindibile poter contare sia sul supporto delle forze locali sia sulla collaborazione dell’intelligence».

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«Ciò su cui non vi è alcun dubbio è che un’operazione del genere sia stata pianificata con dovizia di particolari da diversi mesi: agenti della CIA avranno studiato la routine del presidente Maduro, la sua vita privata fatta di spostamenti, movimenti e edifici frequentati. Secondo quanto riportato dal generale Dan Caine, Capo dello Stato Maggiore congiunto, la struttura operativa per l’attacco era stata predisposta già all’inizio di dicembre. Mancava soltanto il via libera ufficiale da parte del presidente Trump».

A quanto sembra non vi è stata alcune seria reazione da parte delle forze di Sicurezza e delle Forze Armate venezuelane, mentre Cuba ha ufficialmente dichiarato che 32 soldati cubani sono morti duranti i combattimenti. Lei che ne pensa, vista anche la presenza di sistemi contraerei fissi e mobili di fabbricazione russa e forse di consiglieri militari di Mosca?

«In questo tipo di operazioni il fattore sorpresa è essenziale, direi perfino cruciale. Il fatto che nei combattimenti sarebbero stati uccisi 32 soldati cubani è comunque indicativo che una reazione a fuoco c’è stata durante il blitz della Delta Force. Quello che nei combattimenti a distanza ravvicinata fa sempre la differenza è, oltre all’addestramento degli operatori, la qualità dell’equipaggiamento e armamento che possiedono i combattenti che si fronteggiano. È pacifico che l’enorme divario tecnologico in fatto di efficienza delle armi, di apparati ottici notturni, di radiocomunicazioni, di affiatamento infra-team e di applicazione corretta delle procedure operative tra gli statunitensi e i venezuelani e/o cubani abbia determinato una differenza sostanziale in fatto di “perdite sul campo”: da una parte 32 dall’altra nessuno».

dopo il saluto
Fabio Filomeni

«Per quanto concerne, più in generale, la reazione del dispositivo di difesa delle forze armate venezuelane a cui lei faceva riferimento, bisogna riconoscere che la risposta all’assalto sia stata inibita da una combinazione di inganno tattico, potenza aerea stealth e l’uso di tecnologie spia classificate. Anche in questo caso, neanche a sottolinearlo, la differenza operativa tra i due schieramenti ha decretato il successo dell’operazione che, è bene sottolinearlo, non è stata solo un attacco di forza, ma ha giocato un ruolo fondamentale anche la guerra psicologica».

«Mentre la Marina degli Stati Uniti (US Navy) attirava l’attenzione al largo delle coste con le sue portaerei, un’unità d’élite si preparava per quella che sarebbe stata definita un’estrazione chirurgica. Anche i bombardamenti attuati come manovra diversiva in siti lontani dalla dimora del presidente hanno distolto l’attenzione sul reale obiettivo. Inoltre, per coprire il rumore dei rotori degli elicotteri della Delta Force, l’aviazione americana ha utilizzato oltre 150 velivoli in formazione ravvicinata. Questo ha creato una “bolla sonora” e una saturazione radar tale da mascherare l’avvicinamento degli elicotteri d’assalto che trasportavano gli incursori».

Gli Usa attenti a non fare del Venezuela un nuovo Viet Nam

Trump ha dichiarato che se ce ne fosse bisogno non esiterebbe ad effettuare un secondo attacco anche a costo di mettere quello che nel gergo militare si definiscono “gli scarponi a terra”. Quali sono i rischi di un simile passo? Potrebbe trasformarsi per gli Stati Uniti in un nuovo Viet Nam, tenuto conto che il Venezuela è più grande ed ha 30 milioni di abitanti con un territorio coperto da giungle e montagne?

«Trump ormai abbiamo imparato a conoscerlo. Utilizza un linguaggio volutamente provocatorio che va ben oltre il “soft power”, cioè la capacità di una superpotenza di influenzare gli altri Stati attraverso mezzi non coercitivi. Non si fa scrupoli a minacciare Nazioni sovrane attraverso la forza militare o economica. Le minacce militari sono all’ordine del giorno per Paesi come l’Iran, la Groenlandia, la Nigeria, la Colombia, il Messico o lo Yemen; quelle economiche hanno riguardato gran parte del mondo con l’impatto dei dazi sulle merci importate».

«Detto questo, ritengo che le minacce di un’occupazione militare del Venezuela siano prive di fondamento perché sarebbe una operazione militare suicida. Il popolo venezuelano, così come quello di tutto il Sud America, è noto per la sua indole tenace e il forte spirito patriottico, e difficilmente tollererebbe un’aggressione militare straniera sul proprio territorio. Inoltre, in caso di invasione, è plausibile che riceverebbero un sostegno militare diretto da potenze globali quali la Cina e la Russia, rendendo per gli Stati Uniti un intervento simile a quello che fu il conflitto in Vietnam: lungo, complesso e dalle conseguenze imprevedibili. In più, come dice Lei, il Venezuela morfologicamente non è l’Ucraina: montagne e giungla giocano sempre a favore di chi si difende». 

Secondo Lei la cosiddetta” dottrina Monroe” è ritornata prepotentemente visto che il presidente Trump ha detto senza mezzi termini che vuole il petrolio venezuelano che è degli Sati Uniti?

«Parlare di “dottrina Monroe” per giustificare le attuali mire imperialiste degli Stati Uniti è fuori luogo in quanto due secoli fa – nel 1823 fu proclamata la dottrina della politica estera statunitense dal suo presidente Monroe – la situazione geopolitica era completamente diversa da quella vigente. Allora imperversava il colonialismo europeo (Spagna e Portogallo) e quella dottrina aveva come obiettivo primario liberare l’America Latina dall’egemonia di un altro continente. Oggi, rispolverare la dottrina Monroe ha l’unico scopo di inaugurare un neocolonialismo di matrice “MAGA” che mira a depredare delle materie prime e delle risorse naturali altri Stati sovrani militarmente più deboli».

«Se c’è un aspetto che va riconosciuto allo stile comunicativo dell’attuale presidente americano, è senza dubbio la sua franchezza: dichiara apertamente l’intenzione di accaparrarsi il petrolio venezuelano e di considerare la Groenlandia come territorio statunitense, manifestando così, senza alcun filtro, una linea politica che non richiama affatto la “dottrina Monroe”, ma piuttosto riflette una visione, come già detto, apertamente imperialista e predatoria».      

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Chavez, male sopportato dalle destre e ignorato a sinistra, sicuramente non amato per quel suo essere un socialista latino-americano, non catalogabile secondo il metro fascismo e antifascismo tanto in voga in Italia, basta leggere i titoli dei giornali mainstream che lo definisco un dittatore spietato. Perché proprio Hugo Chavez Frias il tema del suo libro ?

«Il grande Comandante Chávez – era tenente colonnello dei paracadutisti dell’esercito venezuelano – ha lavorato instancabilmente non solo per il suo popolo, ma per il miglioramento delle nazioni dell’America Latina e dei Caraibi. Basti ricordare il suo famoso discorso del 15 settembre 2005 in occasione del 60° anniversario dell’ONU: “Noi non daremo riposo alle nostre braccia, né riposo alla nostra anima fino a quando non sarà salva l’umanità“. L’umanità non sarà riuscito a salvarla, ma la sua anima può riposare tranquilla perché cullata dal suo popolo che lo ha amato, continua ad amarlo, e forse lo amerà per sempre».

«Chávez non è morto di cancro come dicono. È morto di militanza per il suo popolo. E la parola militanza non è casuale perché ha la sua radice in “milite”, soldato. Come Presidente del Venezuela è rimasto il Comandante che era dimostrando che il potere non risiede nel fatto di abitare nel palazzo; come spiega Norberto Ceresole riferendosi al suo amico Chávez, “Il potere è la somma ordinata di due elementi: l’amore attivo del popolo e la lealtà dell’esercito. Il potere, dunque, può essere esercitato sia dal Palazzo sia dalle montagne, purché la cosa fondamentale sia portata dentro lo zaino: l’amore attivo del popolo e la lealtà dell’esercito“. Per rispondere alla sua domanda, mi sono ispirato ad Hugo Chávez perché era un vero patriota, ed oggi si parla molto di patriottismo senza conoscerne il valore supremo: l’amore per la propria terra e per il proprio popolo». 

Lei cita nel titolo la “rivolta ideale, la sovranità ..l’indipendenza” della nostra Patria, parole forti messe nel dimenticatoio …e aggiungo che ha perso la sua indipendenza dopo il 1945, con una destra fintamente sovranista e una sinistra antinazionale, si potrebbe tranquillamente affermare due facce di una stessa medaglia scolorita, senza contare le spinte autonomiste. Lei che ne pensa e cosa propone?

«Sovranità e indipendenza sono termini inflazionati per un uso spropositato e strumentale ad opera dell’attuale classe politica, per questo il mio libro l’ho intitolato a Chávez. Egli promosse un suo personale modello politico votato all’integrazione dell’America Latina e all’antimperialismo, ponendosi inoltre come uno strenuo critico della globalizzazione neoliberista e della politica estera statunitense. Nel mio saggio promuovo una “rivolta ideale” del popolo italiano ed europeo che miri alla vera sovranità e indipendenza dalle ingerenze straniere, in primis quella esercitata dal complesso militare-industriale-politico di Washington».

«Il dominio statunitense sull’Europa occidentale è stato instaurato con la vittoria angloamericana nella Seconda Guerra Mondiale e le potenze vincitrici del 1945 signoreggiano ancora sul vertice dell’ONU. Sul piano militare gli Stati Uniti rimangono tuttora presenti in forze in Europa con centinaia di basi e comandano il Patto Atlantico che ingloba gran parte degli eserciti europei occidentali. Ma la Guerra Fredda è finita da un pezzo e le condizioni sono cambiate. È un mondo multipolare, con più superpotenze continentali: USA, Cina, Russia, India. Per l’Europa e gli europei l’orizzonte è improvvisamente mutato. In un mondo di superpotenze l’Europa deve essere a sua volta una superpotenza».

«Una superpotenza sovrana e indipendente. Nella consapevolezza che la prima condizione è non essere subalterni a nessun’altra superpotenza. Con questo mio ultimo libro ho alzato la bandiera per costruire una politica europea fondata sopra il pensiero forte di un’Europa libera e sovrana, una visione politica e geopolitica concreta, necessaria e razionale. Purtroppo, l’Unione Europea, al contrario, si è rivelata incapace di costruire una difesa europea, di avere una politica estera autonoma e di guadagnare la condizione di potenza indipendente».

«La UE è percepita come una burocrazia impopolare e infedele agli interessi sociali, economici, politici e finanziari degli europei, nemica del diritto naturale e dei valori tradizionali e di conseguenza risulta l’usurpatrice dell’idea di Europa. Non è l’Europa dei mercanti e dei banchieri che vogliamo. Serve una Grande Europa capace di porsi come autorevole interlocutore nelle sfide globali che ci attendono. Ci troviamo davanti a un bivio: dobbiamo scegliere se tornare ai singoli Stati nazionali ottocenteschi – litigiosi e guerrafondai – oppure costituire uno Stato federale europeo che faccia gli interessi di 500 milioni di cittadini europei». 

Federico Dal Corìtivo