(David Benedetti) Riguardando alcune foto scattate quando ero un bambino, ho scoperto che in mano avevo spesso un libro, sì, proprio un libro. Premetto: sono un boomer analogico, uno di quelli che, se voleva giocare, i giochi se li doveva costruire, non scaricare. Detto questo, non ero un secchione (oggi i miei studenti direbbero nerd), ma un ragazzino curioso, uno che voleva saperne di più.

Oggi, in classe, ho chiesto a un gruppo di sedicenni quanti leggono per il piacere di farlo. Hanno alzato la mano in due, su un totale di venticinque. Che cosa è andato storto nel frattempo?

I giovani leggono, ma non i libri

La risposta più semplice — e quindi la più sbagliata — è che i giovani non leggono più. In realtà leggono eccome, solo che lo fanno in modo frammentato, veloce, intermittente. Leggono messaggi, post, commenti, sottotitoli, notifiche. È una lettura continua ma discontinua, che allena l’occhio a scorrere e disabitua la mente a sostare. Il problema non è che non leggono: è che non hanno più tempo, o spazio mentale, per farlo davvero.

La lettura richiede silenzio, lentezza, persino frustrazione. Un libro non ti gratifica subito: non vibra, non lampeggia, non ti dice che sei stato visto. Chiede attenzione in cambio di qualcosa che arriva dopo. E noi adulti, che spesso puntiamo il dito contro gli adolescenti, siamo gli stessi che controllano il telefono ogni tre minuti e leggono solo titoli, slides, grafici.

lettura

C’è poi una responsabilità della scuola. Troppo spesso la lettura viene presentata come un dovere, un esercizio da verificare, una scheda da compilare. Così il libro smette di essere un luogo di scoperta e diventa un ostacolo da superare. Se associamo la lettura all’ansia di un’interrogazione, non stupiamoci se viene evitata come la peste.

Infine, manca l’esempio. I ragazzi difficilmente leggono se non vedono adulti che leggono. Non per lavoro, non per obbligo, ma per piacere. Un libro lasciato sul tavolo, una pagina sottolineata, il racconto di una storia che ha lasciato il segno valgono più di mille prediche.

Forse, allora, la domanda giusta non è “perché i giovani non leggono più?”, ma “che mondo abbiamo costruito per rendere la lettura così faticosa?”. I due ragazzi che hanno alzato la mano in classe esistono. Non sono un’eccezione genetica. Sono una possibilità. Sta a noi decidere se ignorarla o coltivarla.

(*insegnante Liceo Scientifico)