( Alessandro Gorgoni) I mercati vivono un momento assai sui generis, con un’offerta abbondante ma qualità e varietà da tenere d’occhio. In tutto questo assistiamo alla manovra forse più controversa dell’amministrazione Trump: il commissariamento delle riserve del Venezuela.
Un mercato “abbondante”
Per cercare di capire le mosse dell’inquilino della Casa Bianca su Caracas, bisogna prima guardare a cosa sta succedendo nel mercato petrolifero. Gli ultimi dati diffusi a dicembre scorso dall’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) e dall’Oil Market Report dipingono uno scenario in cui l’offerta di idrocarburi supera la domanda. Nonostante quest’ultima (prevista a 104,4 milioni di barili/giorno nel 2026), essa è strutturalmente inferiore a un’offerta che a novembre ha toccato i 107,51 milioni di b/g. Siamo di fronte a un surplus di oltre 3 milioni di barili quotidiani, un eccesso che sta gonfiando le scorte globali ai massimi da un quadriennio.
Attenzione, questa sovrabbondanza potrebbe trarre in inganno. Infatti, oggi è in corso una guerra per le quote di mercato tra il cartello OPEC+ e i produttori indipendenti (in primis gli USA), che ha generato un eccesso di greggi leggeri e dolci (low sulfur).

La dottrina Trump in Venezuela
In questa particolare congiuntura di mercato, l’industria americana si trova paradossalmente scoperta. Le raffinerie del Golfo del Messico – impianti complessi e costosi – sono state realizzate decenni fa per processare il greggio pesante e acido, non lo shale oil leggero che sgorga nel Midwest. Ecco spiegata la ratio dietro il colpo di mano del Presidente Trump, che non si spiega “solo” con un imperialismo vecchio stampo, bensì con la volontà, spinta da una necessità industriale, di mettere le mani sul petrolio venezuelano.
La strategia di Washington è stata delineata anche dal Segretario all’Energia Chris Wright in modo molto diretto: gli Stati Uniti intendono assumere il controllo diretto dei flussi di greggio di Caracas “a tempo indeterminato“. Non si tratta di semplice importazione, ma di gestione dei proventi su conti controllati dal Tesoro USA. È una forma di commissariamento di una risorsa sovrana. I 30-50 milioni di barili immediatamente sbloccati dall’embargo rappresentano solo la testa di ponte di un’operazione che mira a integrare verticalmente i giacimenti dell’Orinoco con le raffinerie di Houston.

Benefici reali?
Le critiche a questa operazione si concentrano prevalentemente sull‘etica o sulla legalità dell’operazione. Tuttavia, anche un’analisi economica sui CAPEX (spese in conto capitale) sembrerebbe unirsi alle critiche sulle scelte americane. L’infrastruttura venezuelana è oggi al collasso. La produzione attuale arranca a 800.000 barili al giorno, molto al di sotto dei 3 milioni degli anni ’90.
Secondo Rystad Energy, servirebbero 183 miliardi di dollari di investimenti entro il 2040 per risollevare il settore; 53 miliardi solo per tornare a quota un milione di barili. Ciò nonostante, il mercato sembra al momento scommettere sul successo dell’operazione. Perché? Perché il costo dell’alternativa è superiore.
Le Major americane come Chevron (già operativa in Venezuela con licenze speciali) e i giganti dei servizi come Halliburton e Schlumberger vedono in Caracas non un rischio, ma un “distressed asset” da ristrutturare con margini enormi. Se da un lato c’è grande ottimismo, anche imprese importantissime come ExxonMobil e ConocoPhillips hanno espresso cautela, ancora scottate dalle nazionalizzazioni passate e dai crediti miliardari non riscossi. Ma la promessa di Trump è chiara: il rischio d’impresa sarà coperto, in un modo o nell’altro, dalle entrate sequestrate o da incentivi pubblici. È la socializzazione del rischio con conseguente privatizzazione dei profitti.

E il prezzo della benzina?
Quindi questo nuovo afflusso di greggio venezuelano che sembra imminente, unito al surplus globale, porterà a un crollo dei prezzi alla pompa? Non necessariamente.
Il vero collo di bottiglia globale non è più l’estrazione (upstream), ma la raffinazione (downstream). La capacità di trasformazione è sotto stress, colpita dalla guerra in Ucraina e dalle chiusure di impianti in Europa per la transizione verde. I margini di raffinazione rimarranno record.
S&P Global ritiene che il mercato dei greggi pesanti sia oggi in equilibrio precario. Il petrolio del Venezuela, che rappresenta solo l’1% dell’offerta globale ma ben il 9% dei greggi pesanti, potrebbe avere un ruolo non indifferente.
Trump non sta cercando di dominare il mercato del petrolio in toto; sta cercando di monopolizzare la nicchia critica che permette al sistema industriale americano di funzionare e favorire le major statunitensi. È una scommessa ad alto rischio che ignora la sovranità nazionale e il diritto internazionale, puntando tutto sulla forza bruta. In un mondo sempre più frammentato e caotico, l’energia non è più una commodity, ma un’arma. E gli Stati Uniti hanno appena deciso di ricaricarla a spese di Caracas.
