(di Gianni Schicchi) Concerto d’apertura stagionale de I Virtuosi Italiani al Ristori con un grande solista al violoncello come Giovanni Sollima, di cui le cronache musicali sono sempre ricche delle sue spericolate acrobazie con lo strumento. Ma lo potremmo chiamare anche un concerto intitolato alle sue vicende familiari, dal momento che il programma di sala comprendeva pure due composizioni di Sollima senior: Nenie, recitativo per violoncello e l’intima Aria per archi.  

Eliodoro Sollima era di Marsala ed è scomparso a Palermo nel 2000. Compositore e pianista, docente di composizione al Conservatorio di Palermo, di cui è stato per nove anni direttore, è autore di musica sinfonica, da camera e di scena. Ha composto musiche su commissione della Rai, per l’Orchestra Scarlatti di Napoli, il Teatro Nuovo di Milano, il Teatro Greco di Siracusa, il Teatro Massimo di Palermo e vari altri enti ed associazioni.

Ha svolto un’intensa attività come pianista, suonando in numerose sale europee e d’America, per radio e televisioni. Per vent’anni ha fatto parte, con il violinista Salvatore Cicero e il violoncellista Giovanni Perriera, del Trio di Palermo al quale nel 1978 fu assegnato il Diapason d’oro. Eliodoro Sollima nel 1983 costituì anche il Sollima Ensemble, con i figli Giovanni al violoncello, Donatella al pianoforte e Luigial flauto; è stato inoltre critico musicale del quotidiano “L’Ora” di Palermo e presidente del Gruppo Universitario Nuova Musica.

Nelle sue numerose composizioni (non ne esiste una catalogazione completa) è evidente la non appartenenza ad alcuna corrente precisa, ma tuttavia i suoi pezzi, rigogliosi di armonia e colore, sono situati alla confluenza di svariati (non sempre ben fusi) interessi e impulsi, come una certa passionalità di radice mediterranea.

Le due composizioni presentate, Nenie e Aria, viaggiano di un sotteso lirismo, attento ad agganciare i portati di una cultura non provinciale, di cui non si può negare un certo gusto per la raffinata strumentazione, l’affinità ad un modo post romantico, in una sintesi personale tra tradizione colta, ricercata, in equilibrio tra tradizione e modernità. Ritmi, modalità e atmosfere emergono soprattutto da una scrittura chiara e strutturata anche nei passaggi più complessi, che mantengono un senso di ordine formale e leggibilità musicale, spesso molto curati sul piano contrappuntistico. 

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Nel concerto del Ristori era inserita anche una composizione dello stesso Giovanni Sollima, Fecit Neap. 17 per violoncello e archi. Brano al cui interno si alternano movimenti quasi furiosi e incandescenti, ad altri di dolorosa sospensione, di introversa cupezza, ad altri ancora, danzanti, quasi ossessivi nella propria forza ritmica. C’è sempre qualcosa di eccessivo ed esibito in questa musica (peraltro caratteristica di tutto quanto compone e soprattutto esegue il celebre compositore), tuttavia la si è ascoltata con grande piacere anche per la travolgente esecuzione del solista e de I Virtuosi Italiani da lui trascinati nel gioco d’assieme, come nella successiva e surreale canzone Wild Love di Frank Zappa che lo stesso Sollima ha arrangiato con ricche improvvisazioni e improvvisi cambi di tempo.

La serata – era inserita nella rassegna Mozart a Verona come contributo de I Virtuosi Italiani – si è aperta con il giovanile Divertimento per archi K 138 di Mozart, seguito dal Concerto n° 1 in do maggiore di Haydn, un vero e formidabile banco di prova, sia tecnico che stilistico. Il modo di suonare anche pagine classiche di Sollima diventa immediatamente riconoscibile: corporeo, spesso tribale, nell’usare tutto l’arco sonoro del violoncello, dove emerge il lato impetuoso e fisico che gli è naturale. I tre tempi della composizione sono scanditi non sempre con una perfetta adesione alle indicazioni dell’autore, partendo dal Moderato iniziale, deciso e ritmico, con un andamento quasi di marcia che si mantiene formalmente in bilico fra il modello del concerto barocco e quello moderno del tempo di sonata, dove ad ogni ripresa il tema principale appare leggermente modificato. 

Ế nel terzo movimento, l’Allegro molto, che Sollima esprime però il meglio del brano, quando rimarca con particolare spicco il ritornello iniziale, eseguito ad una velocità impressionante che ha fatto risaltare ancora più la brillantezza arguta già tipica di Haydn. In Sollima si sente tutto l’amore per la musica antica (Bach, la polifonia), ma filtrata da una sensibilità contemporanea: ripetizione, trance, energia, come se il violoncello fosse uno strumento arcaico e futuristico allo stesso tempo.

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Il suono è teatrale, drammatico, con colpi secchi, pizzicati aggressivi, risonanze profonde, un’articolazione molto netta ed un senso quasi ossessivo del ritmo. Il suo violoncello diventa così voce, percussione, drone, non solo strumento lirico. Sembra parlare e rispondere più che semplicemente cantare, dove c’è meno eleganza levigata, ma più tensione narrativa ed energia interna. 

Successo travolgente della serata in un affollato Ristori di moltissimi giovani, sottolineato da due splendidi bis (Purcell e tradizionale slava) e concluso col violoncello volteggiato in alto come da consuetudine del funambolico e istrionico solista.